sabato 19 dicembre 2009

Ultimatum alla Terra (Scott Derrickson, 2008)

Cast: Keanu Reeves, Jennifer Connelly, Kathy Bates, John Cleese
Genere: Fantascienza
Durata: 103’

La Terra ha vita breve. Questo è il messaggio che da anni aleggia nei “migliori cinema” del nostro pianeta. 2012 (Roland Emmerich), il più recente tra gli epitaffi scalpellati su antiche e mal interpretate profezie, sarà il primo a cadere nel dimenticatoio tra i rimasugli di The Core e la cenere del ciclo Alta Tensione di Canale 5. Ultimatum alla Terra no. Remake del cult by Robert Wise, mi era stato sconsigliato nottetempo per la sua anonimia visiva. Alla domanda “come è stato questo film?” seguiva un agglomerato di eh, mah, boh, non lo so. Pian piano analizzando le espressioni, in allegato ai suddetti intercalari fonetici, ho appreso che c’era qualcosa di fondo, un verme untuoso che mi suggeriva di ripescarlo. E la risposta è giunta lapalissiana; il film di Scott Derrickson (The Exorcism of Emily Rose) non fa casino. I momenti puramente action sono rari quanto le interpretazioni di rilievo dei fratelli Baldwin. Nessun inseguimento in auto tra grattacieli caracollanti, nessuna Statua della Libertà che va a muro contro un’ondata di tsunami e nessun John Cusack con capelli scompigliati da un tornado. Una catastrofe col silenziatore. E un messaggio allarmante che veste i panni di un serafico eco-salvatore (Keanu Reeves): bisogna salvare la Terra. Da chi?? Dall’uomo. Voto - 7

domenica 6 dicembre 2009

Riflessi di paura (Alexandre Aja, 2008)



Cast: Kiefer Sutherland, Paula Patton, Amy Smart
Genere: Horror (?)
Durata: 101’

Attenzione all’interno di questa sala saranno proiettate immagini nelle quali compare Kiefer Sutherland”: questo dovrebbe essere il vessillo affisso all’ingresso di tutti i cinema i quali abbiano il coraggio (e avranno) di mettere in contatto l’attore del serial 24 con la gentile clientela. E’ un odio a pelle? Dettato dai pregiudizi? No. Basta soffermarsi a contemplare quella faccia da cane bastonato. Scoccia dopo appena 5 minuti. Dopo 10 risulta irritante. E’ assurdo che un attore che possieda la stessa vivacità fisionomica del Monumento ai Caduti continui ad allietarci anche sul grande schermo. Esistono attori nati per recitare in telefilm, serial, fiction e sit-com. Beh, Kiefer Sutherland è uno di quelli. Don Siegel disse di Clint Eastwood che avesse soltanto due espressioni; una col cappello e una senza cappello. Kiefer Sutherland è dotato di un’unica e sempiterna espressione dipinta sul volto, che, riassunta con 5 parole, decanta: “Ma dove cazzo sono capitato?”. E’ la stessa domanda che si pongono i poveri spettatori colpevoli (ma non sapevano che c’era Kiefer) di aver scelto un suo film. In questo caso ci ha messo del suo anche Alexandre Aja bravo nell’ illudere i cinefili con il tanto discusso Alta Tensione ma addirittura eccezionale nel fugare con questo bidone tutti i dubbi sulle sue capacità. Di storie su vecchie maledizioni e su entità alberganti in specchi infrangibili ne abbiamo piene le tasche; e non mi soffermo sugli effetti digitali e sul finale obbrobrioso. Inserite al mix quel bel faccino del meno riuscito dei fratelli Sutherland e allora avrete 100 minuti di tempo libero per interrogarvi sul senso della vita. Voto – 3.

domenica 15 novembre 2009

Vincere (Marco Bellocchio, 2009)



Cast: Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi, Michela Cescon
Genere: Drammatico
Durata: 121’

Ripescata (tramite un documentario passato su Rai3) e portata sullo schermo da Bellocchio, che negli ultimi anni sembra essersi appassionato alla causa politica del nostro paese(bellissimo, sul caso Moro, Buongiorno, notte), Vincere è la rilettura fedele (almeno si presuppone) di una pagina oscura della vita di Benito Mussolini. Il segreto di cui stiamo parlando può tranquillamente assumere le tonalità di uno scandalo; molti ignorano (perché i libri di storia non ne parlano?) che durante i primi anni di “carriera” politica - promotore del socialismo e direttore dell’Avanti - Mussolini (appuntate questo nome per il futuro, Filippo Timi) conobbe Ida Dasler, amante e moglie, da cui ebbe il suo primogenito, Benito Albino. Il figlio fu inizialmente riconosciuto, poi rinnegato in un secondo momento (e gli fu affibbiato un altro nome). Da quel momento inizia il calvario di Ida che disperatamente tenta di rivendicare l’identità del pargolo lottando contro l’inarrestabile regime fascista che nel frattempo cerca di cancellare qualsiasi traccia o legame che possa ricondurre la figura del Duce a quella della donna. Perdendo una battaglia, in realtà mai combattuta, Ida si ritroverà a gridare la sua libertà tra le mura asettiche di un manicomio. Condotta gradualmente alla follia resterà vividamente lucida per non scendere a compromessi col sistema. Sullo sfondo l’ascesa del Duce inframmezzata da vecchi reperti storici; tra i quali il celebre “Vincere… e Vinceremo!!”. Oggi si condanna con qualunquismo l’ideologia politica di Mussolini e di tutti i cittadini che l’hanno osannato, ma è fondamentalmente innegabile riconoscergli le doti oratorie e carismatiche impiegate nelle sue teatrali performance. Dovremmo chiederci che tipo di ascendente avrebbe avuto su di noi se invece di nascere negli anni ‘80 fossimo nati negli anni ’20. Avremmo deriso le parole del Duce o avremmo guardato da una piazza lassù in alto verso quel balcone con espressione estasiata?? Voto – 7.5

giovedì 12 novembre 2009

Questione di cuore (Francesca Archibugi, 2009)



Cast: Kim Rossi Stuart, Antonio Albanese
Genere: Commedia
Durata: 104’

Nessun film d’amore. Nessun gateau smieloso. Nessuna stupida paccottiglia. Il cuore del titolo è quell’organo pulsante, il motore della vita, che se smette di sbattere allora son guai. Lo sanno bene Alberto ed Angelo, colti all’unisono da un infarto tremendo, che trovando ricovero nella stessa stanza d’ospedale ne approfittano per stringere un’amicizia dai toni eroici. Il primo - un incredibile Antonio Albanese – è un ottimo sceneggiatore, specializzato nell’immaginare la vita altrui, che conosce tanta gente (Carlo Verdone e Stefania Sandrelli nel ruolo di sé stessi), ma di veri amici neanche l’ombra. L’altro, l’oramai apprezzato Kim Rossi Stuart, è un carrozziere con la passione per le auto, meno bravo nel dialogare ma sostenuto dalla quintessenza dei valori famigliari. Impareranno tantissimo l’uno dall’altro. Tra sorrisi, lacrime e riflessioni sul senso della vita si inizia sulle note del dramma comico per giungere tra le pieghe abissali della commedia drammatica; come ci ritroveremo tutti un giorno dinanzi alla morte? Questa è la domanda. Voto – 7.5.

martedì 3 novembre 2009

Fortapasc (Marco Risi, 2009)



Dopo Biutiful Cauntri (2007), documentario shock sullo “stoccaggio” dei rifiuti tossici in Campania, ancora un titolo “partenopeizzato” che suona come un epitaffio. “Non siamo a Fort Apache” – grida il sindaco di Torre Annunziata dopo l’ennesima strage di camorra. Di certo lo era Giancarlo Siani (Libero De Rienzo), cronista “abusivo” per Il Mattino, che il 23 settembre 1985 fu ucciso dai sicari della camorra mentre era di ritorno a casa a bordo della sua Citroen Mehari. Un’auto verde quasi da safari, dal tetto scoperto; un paradosso per chi corre tra la vita e la morte. Siani, morto a 26 anni, aveva ficcato il naso in faccende bollenti rischiando di scottarsi. Più che infastidire i vertici della camorra aveva osato scuotere i Palazzi: appalti sospetti, alleanze collaterali, carabinieri inermi e una gragnola di omicidi. Marco Risi (figlio di Dino, a cui il film è dedicato) ci restituisce l’immagine fragile di un ragazzo (in)cosciente delle proprie azioni, scomodo. Alla Peppino Impastato. In quel caso a storcere il naso erano I Badalamenti, qui sono i Gionta, i Bardellino e i Nuvoletta. Un po’ troppo per un giovane neanche trentenne, dal volto pulito. La camorra vive di sfarzi, di riti plateali, di enfatiche tradizioni mentre il popolo ascolta, adora, idolatra e marcisce dentro. E Siani lottava contro il silenzio, spinto da una matta voglia di raccontare, forse inconsapevole del senso intrinseco dei propri gesti. Il capo (Ernesto Mahieux) l’aveva avvertito :”Tu devi parlare di cronaca nera, non di camorra”.
Marco Risi compie un lavoro onesto sfoggiando un certo (ab)uso del flash forward (montaggi alternati tra due scene che si svolgono in luoghi e tempi diversi – vedere l’inizio di 36 Quai des Orfevres per capire) e dando il meglio di sé nella riproposizione della strage di Sant’ Alessandro (26 agosto 1984) quando un gruppo di killer, assiepato in un autobus, falcidiò il clan dei Gionta uccidendo 8 uomini. Dinanzi a film del genere è sempre difficile attribuire un giudizio disincantato. L’eroe che combatte contro i mulini a vento è il valore aggiunto di qualsiasi ritratto epico e congelare le emozioni risulta impossibile. Servirà tutto ciò a scuotere le coscienze? Io dico di no. Ma il cinema non ha l’obbligo di lasciare un messaggio. Il cinema va amato per quello che è. Voto 8.

domenica 1 novembre 2009

Notorious B.I.G. (George Tillman Jr., 2009)

Vita, morte e “miracoli” discografici di Christopher Wallace, in arte Notorious B.I.G., ucciso a sangue freddo la notte del 9 marzo 1997 all’uscita da una festa tenutasi in un locale di Los Angeles. Il rapper, amico di Sean “Puff Daddy” Cumbs, fu solo una delle celebri vittime della faida tra East e West Coast, che negli anni ’90 si contendevano la paternità del rap. L’altro grande caduto della guerra tra “ideologie” musicali porta il nome di Tupac Shakur, anch’esso assassinato a bruciapelo poco tempo prima del collega Notorious. George Tillman Jr., prendendo in prestito i paradigmi classici del genere, con l’oramai strausato plot circolare (l’incipit corrisponde al finale), cerca di far luce proprio sull’amicizia tra Christopher Wallace e Tupac Shakur, spezzata probabilmente da un pestaggio ai danni di quest’ultimo ordinato da chi voleva aizzare la rivalità tra i due. Il mistero resta comunque. Da contorno una carriera criminale da enfant prodige: sesso, spaccio di droga e rap freestyle scostano l’obiettivo dal ritratto agiografico. Il Gangsta’s Paradise cantato da Coolio non è poi così lontano. Penalizzati dal doppiaggio ma senz’altro bravi gli attori; Jamal Woolard incredibilmente somigliante al protagonista, Derek Luke nel ruolo scomodo di Puff Daddy (ora Diddy) e Angela Bassett che dà vita alla madre di Wallace, vera vittima della vicenda e co-produttrice del film. Puff Daddy ricordò Notorious B.I.G. con la bellissima I’ll be missing you, rivisitazione R&B di un capolavoro dei Police, Every breath you take. Voto 6.

domenica 25 ottobre 2009

La notte non aspetta (David Ayer, 2008)

Storie di distintivi bagnati nel sangue. Per servire e proteggere. E in questo caso voglio proteggere voi spettatori. Non fatevi ingannare dal titolo, la notte può aspettare, soprattutto se in mezzo ad una storia ricca di topoi (detective corrotti, complotti abominevoli e bande latine) manca il cuore. I Padroni della notte - quello si che era un film - un sudicio viaggio nel mondo suburbano della giustizia “malavitosa”, al confronto è un capolavoro (no che non lo sia). David Ayer, aiutato in fase di sceneggiatura da James Ellroy (come rovinarsi una carriera), muove la macchina da presa con la stessa inutilità di un cappotto ai Caraibi. Il cast sarebbe anche promettente, ma l’illusione è rapida quanto il battito d’ali di un colibrì: Keanu Reeves sembra chiedersi “chi cavolo me l’ha fatto fare”, Forest Whitaker (L’ultimo re di Scozia) è sprecato in un ruolo alquanto convenzionale e Hugh Laurie sfoggia tutti i suoi vezzi doctorhousiani. Il film sbraita in un ping pong di tradimenti annunciati cercando invano di non affondare e culminando in una sorta di redenzione evangelica, ma quando la pelle non si accappona allora qualcosa non va. Forse al termine anche voi esclamerete “Chi cavolo me l’ha fatto fare”. Voto – 4.5.