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domenica 16 settembre 2012

The Divide (Xavier Gens, 2011)




Cast: Michael Biehn
Genere: Horror
Durata: 121’
Paese: Canada, Usa, Germania
Voto: 6

Mentre New York è rasa al suolo da una catastrofe atomica, un drappello di inquilini di un condominio trova riparo nel rifugio costruito da Mickey, mitomane alquanto esaurito. Il rapporto tra conviventi non tarda ad incrinarsi, degenerando con l’irruzione di uno squadrone di decontaminazione che, privo di qualsiasi savoir affaire, preleva una bambina strappandola dalle braccia della madre; l’episodio scatena una sommossa all’interno del bunker che lascia stramazzati al suolo i tre agenti speciali. Di qui in poi il rapporto con il mondo esterno si interrompe (se non per una breve e irrilevante sortita) cedendo il campo all’evoluzione/involuzione delle dinamiche di gruppo. Le gerarchie, applicate alle leggi del darwinismo, vanno delineandosi in una sorta di ritorno al passato dove l’uomo riscopre i propri istinti primordiali a discapito del prossimo, riducendosi a pazzo troglodita. In quest’ambito Xavier Gens va a nozze nello sciorinare il proprio stile lercio e violento (alcuni momenti gratuiti sono rubati di netto dallo stile fracassone di Boyle), restando però vittima di uno spocchioso autocompiacimento quando esagera nel voler applicare la teoria dell’homo homini lupus sino allo stadio ultimo (vedi anche Frontiers). Nonostante The divide sfori nelle due ore la sensazione è quella di un progetto riuscito a metà, perché se in partenza Gens pare voglia affrontare lo sviluppo delle relazioni sociali in situazioni estreme lasciando una finestra aperta sul mondo esterno, dopo un po’ barrica quella finestra concentrandosi esclusivamente sul primo punto. Mentre all’interno del rifugio salta qualsivoglia schema etico noi spettatori siamo in attesa di sapere cosa stia accadendo lì fuori, un po’ come il bambino che desidera possedere l’unico giocattolo che non ha. La risposta, tra le macerie fumanti, giunge soltanto nel finale risultando frettolosa, forzata e tutt’altro che esaustiva; e il risultato sembra suonare un po’ come presa per il culo. Allora mi chiedo: perché optare ancora una volta per New York come metropoli al centro del disastro se tale scelta non ha alcun valore ai fini della narrazione??? Si poteva essere originali almeno in quello!! Voto: 6.

lunedì 10 settembre 2012

Intruders (Juan Carlos Fresnadillo, 2011)




Cast: Clive Owen, Clarice Von Houten, Daniel Bruhl, Ella Purnell
Genere: Horror
Durata: 103’
Paese: Spagna
Voto: 6.5

Spagna: in una notte da tregenda un mostro incappucciato irrompe nella stanza del piccolo e indifeso Juan con l’intenzione di rapirlo. Il bambino, al culmine di una fuga disperata, è tratto in salvo dalla mamma; poi all’improvviso si sveglia. Un sogno o forse no? Fatto sta che la madre, poco propensa nel qualificare come reali le fobie del figlio, trova aiuto nel giovane Padre Antonio. Inghilterra: l’operaio John Farrow e la figlia dodicenne Mia vivono un rapporto esemplare, al confine dell’empatia, fin quando la ragazzina scova nell’incavo di un albero una scatola di legno contenente un foglio sul quale è narrata la leggenda di Hollowface, uomo senza volto alla ricerca di connotati che possano donargli finalmente un’identità. Tale scoperta sembra risvegliare il mito di Hollowface, nel quale è destinato ad imbattersi proprio John Farrow. Va subito sottolineato che la sceneggiatura, scritta da Casariego e Marques, è tutt’altro che convenzionale: oltre ad un’interessante narrazione parallela, e l’automatico contrasto “ambientale” tra una realtà degradata ed una ben più agiata, il racconto non vive esclusivamente delle paure dei due pargoli, anzi affonda le proprie radici nel passato dei due genitori, qui non relegati a figure di contorno bravi esclusivamente nell’ignorare le richieste d’aiuto del figlio di turno, ma veri e propri personaggi chiave (dove la parte del leone spetta a Clive Owen) per la comprensione tout court dell’intera storia. Che ci sia qualche fantasma dal passato a rivendicare gloria è chiaro sin dall’inizio e i proseliti doc dell’horror saranno bravi nell’anticipare di una decina di minuti l’ovvio colpo di scena finale (passaggio oramai obbligatorio del genere). Se il twist appare affascinante, gettando nuova luce sul rapporto temporale delle due storie, il sottofinale è al contrario macchinoso e prolisso nel volerci forzatamente illustrare i passaggi visti in precedenza, (s)cadendo poi in una poetica da latte alle ginocchia. Onestamente dall’autore del cinico e bellissimo 28 settimane dopo mi aspettavo maggior cattiveria; a dire il vero di cattiveria ce n’è ma Fresnadillo si ferma un attimo prima di darci il colpo di grazia. Una forma dolce e romantica di compassione, che noi aficionados non possiamo affatto “compatire”. Voto. 6.5.

giovedì 26 aprile 2012

Pontypool (Brue McDonald, 2008)

Cast: Stephen McHattie, Lisa Houle, Georgina Reilly, Hrant Alianiak Genere: Horror Durata: 94’ Paese: Canada Voto: 7 Alla stazione radiofonica CLCI della tranquilla cittadina di Pontypool giunge il conduttore Grant Mezzy, noto come personaggio alquanto sopra le righe, soprattutto per le equilibrate dinamiche della trasmissione mattutina di cui sarà maestro di cerimonie. Grant riesce ad adattarsi agli schemi, ma improvvisamente un virus incontrollato si diffonde in città causando assurdi episodi di violenza culminanti, sporadicamente, in crudi atti di cannibalismo. Per Grant, barricato nella stazione con un’assistente e la produttrice del programma, non sarà un giorno come tanti altri. Quasi per intero ambientato nella stazione di cui sopra, Pontypool è un piccolo gioiello di scrittura e inventiva, che nel decennio del torture porn dove l’orrore, e non il terrore, ci è letteralmente sbattuto in faccia risulta quale voce fuori dal coro e in quanto tale prodotto da tutelare con i denti. A tratti E venne il giorno, in altri frangenti La città verrà distrutta all’alba questo a differenza dei due scegli per un’ora di nasconderci l’horror prettamente visivo, precipitandoci in un angosciante caos, tra telefonate e interventi radiofonici difficili per lo spettatore da catalogare come veritieri o non. In questo McDonald omaggia esplicitamente l’impresa che compì Orson Welles quando, rileggendo La guerra dei mondi, gettò una nazione nello scompiglio annunciando un’imminente invasione aliena. Dopo un giro di lancette che fanno gridare al capolavoro l’opera del regista canadese perde qualche colpo trasformandosi in uno zombi movie per poi tornare nuovamente nei ranghi della dialettica quando c’è da tracciare l’epilogo, quest’ultimo forse troppo ambizioso. Pontypool resta comunque un film prezioso, che ancora una volta ci mostra (come il bellissimo Them) i punti chiave per una perfetta produzione low budget, ricordandoci quanto per il cinema sia importante il “come” e non il “cosa”, e sottolineando inoltre il potere (qui mefistofelico) del racconto, e del mezzo tramite il quale esso si manifesta: la parola. Voto: 7.

giovedì 12 aprile 2012

Cannibal Ferox (Umberto Lenzi, 1981)



Cast: John Morghen (Giovanni Lombardo Radice), Lorraine de Selle, Zora Kerowa, Bryan Redford (Danilo Mattei), Robert Kerman
Genere: Horror Amazzonico
Durata: 92’
Paese: Italia
Voto: 6.5

Gloria (Lorraine de Selle), ricercatrice ed antropologa newyorkese, sbarca in Amazzonia con Pat (Zora Kerowa) e il fidanzato fotografo (c’è sempre un fotografo in queste spedizioni) per dimostrare che il cannibalismo non è altro che “un alibi creato dal colonialismo razzista” e al fin di “avere un solido sostegno alla tesi di laurea”(se oggi le tesi di laurea fossero così…). Meanwhile nella Grande Mela la polizia è sulle tracce di due spacciatori, guidati dal furbo Mike (Giovanni Lombardo Radice), fuggiti proprio sul Rio delle Amazzoni e interessati, questi ultimi, ad un carico di smeraldi da poter trafugare ai danni delle tribù locali. Dopo 10 minuti dove i protagonisti brancolano nella foresta, sintetizzando cotanto smarrimento in un “non potevamo andare ad Acapulco invece di questo posto di merda?”, il trio guidato da Gloria si imbatte proprio in Mike (quante possibilità ci sono che due persone di New York si ritrovino in una landa dispersa della Colombia?). Il dannato spacciatore non tarda a palesare la sua indole menzognera millantando d’esser aggredito da un gruppo di indios cannibali, a cui è scampato per miracolo. Il fascino di suddette dichiarazioni finisce per abbindolare l’arraPata Pat che, senza batter ciglio ma battendo come una mignotta, si lascia coinvolgere da Mike in un gioco al massacro da perpetrare ai danni dei poveri indigeni. Tale atteggiamento sobilla le maestranze indios finendo per accendere una rivolta che verrà consumata a suon di antropofagia (e qui la tesi di laurea va tranquillamente a puttane, eppure alla fine…). Sono passati due anni dall’uscita di Cannibal Holocaust e Umberto Lenzi, abituato a ben altri generi, ha l’arduo compito di non far rimpiangere il capostipite. E ci riesce alla grande perché se il prodotto di Deodato aveva sì il pregio di inaugurare il mockumentary con 20 anni di anticipo, peccava vistosamente in ritmo e fluidità narrativa. Lenzi al contrario adopera la trama da pretesto per un film rapido ed incalzante. Le torture inoltre non mancano di fantasia: evirazioni, ganci nelle tette e scotennamenti con tanto di buffet da far invidia a Mr. Lecter. Purtroppo da segnalare le sadiche cattiverie (solite del genere) ai danni di poveri ed indifesi animali, da condannare a prescindere, in questo caso inutili, ostentate e gratuite, e soprattutto forzate quando mostrano “lotte” impari tra animali. Sicuramente un prodotto shock che, anche a causa di questi martiri sopraelencati, è stato negli anni rinnegato da tutti gli attori e in primis da Giovanni Lombardo Radice, vero e proprio one man show dell’intera operazione. Voto: 6.5.

domenica 18 marzo 2012

The Dead (Ford Brothers, 2010)



Cast: Rob Freeman, Principe David Osei
Genere: Horror
Durata: 104’
Paese: GB
Voto: 8

Quando l’horror zombesco migra in Africa regna sempre il timore di doversi sorbire tediosi approfondimenti sulle vere origini dei cosiddetti morti viventi (radici da trovare nello specifico ai Caraibi), tra riti attorno al fuoco e macumbe allucinate dettati da uno stregone fuligginoso. Che The Dead sia ben altro lo si capisce sin dal prologo, eroico nelle sue venature western, dove un uomo silenzioso “sfida” uno zombie dinoccolato. Il tutto tra le dune del deserto. Incipit niente male. Ok ora arriveranno le famose divagazioni sugli usi e costumi locali, penserete. E invece no; siamo sì in un villaggio, ma nel bel mezzo di un attacco, una vera e propria carneficina con decine e decine di zombi a dividersi un lauto banchetto. Ci è andata bene ma ora devono per forza di cose arrivare le celebri divagazioni attorno al falò, o almeno un discorsetto con un tizio che sottolinea quanto sia pericoloso per un occidentale addentrarsi nei meandri del voodoo. No, semplicemente no. Nella terza scena siamo su una spiaggia africana dove un ingegnere militare americano, miracolosamente scampato ad un disastro aereo, prova ad aprire una cassa contenente armi e viveri mentre svariati living dead sbranano il suo collega. 15 minuti adrenalinici che da soli valgono più di due stagioni di The Walking Dead. Il resto del film è un affascinante viaggio al fianco dei due alleati per caso (l’ingegnere militare di cui sopra e un soldato del posto) alla ricerca della salvezza, e dei propri cari (metaforicamente e non), dove il ritmo compassato non risulta mai noioso ma anzi in linea con quel passo lento e angosciante che soltanto gli zombi romeriani sanno trasmettere. I due registi conoscono a menadito la lezione del regista di Pittsburgh; basta notarlo nei tanti omaggi, ma soprattutto in quel voltarsi sornione degli zombi al rumore di uno sparo in lontananza. Da pelle d’oca semplicemente per un rimando sottile agli aficionados del genere. Eppure non c’è mai sensazione di già visto o tentata scopiazzatura. Sebbene si possano tirare in ballo i vari Lucio Fulci e Vincent Dawn/Bruno Mattei, The Dead conserva un suo ammaliante canovaccio supportato dalla più suggestiva e potente delle scenografie: la natura, a dimostrare che con fotografia ed inventiva non tutti abbiamo bisogno di un Dante Ferretti nello zaino. Epilogo portatore di speranza, anticipato da un momento quasi fumettistico che mi ha fatto temere il peggio. Voto: 8.

sabato 10 marzo 2012

Delirio di sangue (Sergio Bergonzelli, 1988)



Cast: John Philip Law, Gordon Mitchell, Brigitte Christensen, Olivia Link
Durata: 88’
Genere: Trash Pseudo Horror
Paese: Italia
Voto: 5

Ce l’ha messa tutta Sergio Bergonzelli per sfornare una mostruosità del genere ed accaparrarsi il titolo di leader maximo del trash tricolore. Apprezziamo lo sforzo ma Blood Delirium resta distante anni luce dai monumentali Il Bosco 1, La croce delle sette pietre e Paganini Horror. Eppure gli ingredienti per far bene sussistono. Analizziamoli partendo da quelli pro-trash. Trama: dopo la morte della moglie Christine, pianista “leggermente” ossessionata dal Delirium di Brahms, il pittore Saint Simon, definito nonsisaperchè l’erede ideale di Van Gogh, entra in uno stato confusionale che soltanto l’arrivo della dolce e masochista Sibille (guarda caso identica alla moglie, guarda caso pianista e guarda caso fissata per il Delirium) potrà spezzare. La giovane fanciulla senza pensarci più di tanto abbandona il pleonastico fidanzato per trasferirsi nella dimora del sofferente pittore che, nel frattempo, tentando di aiutare il depravato servitore Hermann nell’occultamento di un cadavere scopre il colore perfetto, ovviamente quello del sangue. Finale salvifico con visioni mistiche e consigli dallo spazio infinito. Sceneggiatura sostanzialmente delirante non soltanto nel titolo. Cast: nonostante John Philip Law si sforzi nel trasmetterci la follia del pittore maledetto che dipinge sferzando l’aere con tartaree pennellate, risultando detentore di un’incisività fisiognomica pari a quella dell’uomo di Cro-Magnon, c’è però chi riesce, come Gordon Mitchell, a fare di meglio (o peggio?). Sono suoi tutti i momenti trashissimi del film. Al di là degli 820 primi piani buttati qui e lì come messaggi subliminali (data la marmorea espressività potrebbe benissimo essere un refrain dello stesso ciak) regna il sospetto che il cachet di Mitchell sia da valutare in libido, in quanto trascorre il 90% del film palpeggiando tette o divaricando gambe, diciamo molestando delle donne in generale, vive o morte esse siano. Il restante 10% è un digrignar di denti, come ai bei tempi di Aborym. Erotismo(??): se la valuta horror scarseggia vistosamente Bergonzelli sembra aver trovato la sua raison d’etre nel pecoreccio più grossolano. Verrebbe da dire “il nudo abbonda sulla bocca di Mitchell” perché qui in quanto a zizza-time ce n’è per tutti i gusti, dai seni floridi a quelli burrosi passando per il celeberrimo pelo pubico. Elementi pedissequamente manipolati e sballottati dal Charlton Heston dei poveri. Elementi Contro-trash. Sangue: in un trash non può mancare l’effetto splatter, soprattutto se allestito con quattro soldi. Almeno uno di questi deve timbrare il cartellino: una testa di cartapesta con etichetta che esplode senza motivo (Il bosco 1), qualche atto di cannibalismo (Virus, e non fa niente che le scene erano rubate da un altro film) e una pietanza disgustosa a scelta (Troll 2). Nel Delirio di Bergonzelli di emoglobina non vi è alcuna traccia; un graffietto al massimo, a bordo tetta. A confronto Toy Story sembra Non aprite quella porta. I Dialoghi: come ogni scult che si rispetti l’ignominia di un film è da quantificare in proporzione alla bassezza/ridondanza/illogicità dei suoi dialoghi. Per fare un esempio la vetta in questo settore è stata toccata da Paganini Horror. In Delirio di sangue di dialoghi ne sono stati scritti due, poi fotocopiati in ogni pagina del copione: 1) la metafora delle fiammelle che si uniscono (pronunciata sempre con le stesse parole) 2) una disquisizione trascendentale su l’altro te (“sono l’altro te quindi io sono te e tu sei me…”). Allucinante. Ripeto, ce l’ha messa tutta Sergione ma il trash non abita qui. Gordon Mitchell?? Lui sì che è di cattivo gusto. Voto: 5.

sabato 25 febbraio 2012

Trolls 2 (Claudio Fragasso, 1990)



Cast: Michael Stephenson, George Hardy, Margo Prey, Connie McFarland
Durata: 83’
Genere: Fantasy/Horror
Paese: Ita/Usa
Voto: 5.5

Quando dopo 2 secondi ho visto ruggire il leone della MGM ho temuto di trovarmi dinanzi a un cinema di qualità (non che la Metro-Goldwin abbia sfornato queste pietre miliari) e d’aver ovviamente sbagliato film, poi in fretta e furia il nome di Drake Floyd (obviously Fragasso in incognito) è giunto a tranquillizzarmi come un’amorevole balia: “Non avere paura fanciullo sono il trash che stavi cercando”. Sottolineando che Troll 2 nasce per sfruttare il successo (?) riscosso dal Trolls di John Carl Buechler e che l’ambientazione negli States, con cast tecnico e artistico made in Usa, è frutto della necessità dell’italiana Filmirage d’apparire più figa, il prodotto di Fragasso è il più classico degli horror a stampo fantasy. Al piccolo Josh il nonno defunto accorre in sogno come un oracolo narrando storie di folletti alquanto malefici (e qui parte una ricostruzione favolistica chiaramente debitrice della Biancaneve porno apparsa in passato su emittenti televisive di terza fascia) al fine di impedire in qualche modo l’imminente partenza della famigliola per la bucolica cittadina di Nilbog, il cui spelling esacerbato in mille modi vorrebbe farci notare che riletto al contrario potrebbe celare qualche nefasto significato. Ma oramai la frittata è fatta; Nilbog, N-I-L-B-O-G, 26 abitanti, è la madrepatria dei folletti di cui sopra. Neanche i tentativi disperati di Josh (tra cui una pisciata sul pranzo) scongiureranno la tragedia. Da dove iniziare per giudicare un’opera del genere?? Mi soffermerei prima di tutto sui protagonisti: esclusi gli attori di contorno, tra cui spiccano i sosia di Roberto Mancini e Kakà, il film verte sulle gracili spalle dell’acuto Josh (figlio di un frontale tra lo storico testimonial della Kinder e un missile Patriot) e su quelle più attempate del nonno che, invocato ogni 5 minuti dal pargolo, va umiliandosi apparendo negli specchi di casa sfoderando soluzioni talmente assurde da spacciare quelle del Batman di Adam West come idee assolutamente fattibili. Non tralascerei l’interpretazione mefistociofechica di Connie McFarland, nel ruolo della nemesi di Josh, il cui trucco da baldracca zombi affogata nel cerone credo sia il peggiore di sempre. Le chicche sono però da ricercare nel settore del make-up; le pietanze verdognole hanno un loro perché mentre i mascheroni dei goblin, a cura di Maurizio Trani, sono così obbrobriosi e posticci da far passare i rettiloni giapponesi come manifesti del neorealismo. In fondo di horror c’è ben poco ma a Troll 2 va il merito d’aver accalappiato schiere di fan oltreoceano. Se non mi credete cercate il documentario The Best Worst Movie, girato nel 2009 proprio da Michael Stephenson, che esamina i fattori che hanno contribuito a trasformare l’abominio di Fragasso in una pellicola di (s)culto. Che il film abbia lasciato delle indelebili tracce sulla psiche del piccolo Josh è abbastanza chiaro. Voto: 5.5.

martedì 21 febbraio 2012

Paganini Horror (Luigi Cozzi, 1988)



Cast: Jasmin Main, Daria Nicolodi, Pascal Persiano, Maria Cristina Mastrangeli, Luana Ravegnini, Donald Pleasence
Durata: 80’
Genere: Horror
Paese: Italia
Voto: 7 della scala Trash

Ebbene sì, non erano dicerie quelle che etichettavano Paganini Horror come uno dei trash imperdibili per i filospazzaturai del cinema italiano. Credevo non ci fosse più spazio nel gotha della filmografia tricolore accanto a capolavori come La croce dalle sette pietre e Il Bosco 1, invece un posticino di riguardo riesce (in)decorosamente a ritagliarselo questo film a dir poco raccapricciante. Una band rock all-women vive un periodo di crisi a causa di una forte carenza di idee - e soprattutto di talento - fin quando l’amico Daniel riesce ad accaparrarsi, con un accordo degno del Faust, uno spartito composto niente popò di meno che dal musicista Nicolò Paganini. Senza esitare il gruppo opta per una revisione del pezzo in chiave rock ambientando il video nella villa appartenuta proprio al celebre violinista, ma lo spirito di quest’ultimo, addobbato come il fantasma dell’opera alla corte del Re Sole, è pronto a mietere vittime. Credo nella buona fede del regista Cozzi (il suo filtro blu è come la steadycam per Marfori) che ha visto dilapidarsi il budget per il casting (anche se non si direbbe ma alcuni attori sono di calibro) e le scenografie, consistenti in un’accozzaglia di tende e manichini. Spesi tutti i soldini il produttore avrà poi scelto di rinunciare ad uno sceneggiatore dato che gran parte del film si basa su un andirivieni infinito tra l’esterno e l’interno della dimora. All’esterno con i protagonisti che invocano a gran voce amici che non faranno mai più ritorno: “Daaaaaaaaaaaaaaaaaaniellllllllllllllllllllll”, “Kaaaaaaaaaaaate”, “Daaaaaaaaanieeeeeeeeeeeeeel”, “Kaaaaaate” e mai domi “Proviamo a chiamarli di nuovo”, “Daaaaaaaaanieeeeeel”, “Kaaaaaaaaaate”. All’interno con momenti di rara beltà trash quando dinanzi ad amici in avanzato stato di putrefazione c’è chi sciorina una prognosi da Discovery Channel: “Questa muffa la conosco… è un fungo che cresceva soltanto nel ‘700, su alcuni tronchi del Nord Europa che servivano a produrre i violini più pregiati come gli Stradivari”. Madre de dios. E questa è soltanto una delle gemme rilasciateci da dialoghi mai sopra le righe (nooo mai), con disquisizioni su palesi alterazioni spaziotemporali e innumerevoli spiegoni a ribadire concetti compresi dopo la prima scena – come a dire “Spettatore hai capito cosa sta succedendo?? Perché te lo spiego di nuovo!!”. Lo spauracchio di Paganini che, colpito da un raggio di sole, si scioglie come un vampiro qualunque è un finale degno di questo capolavoro del non sense. Voto: 7

domenica 19 febbraio 2012

Quarantena 2: Terminal (John Progue, 2011)



Genere: Horror

Durata: 80’

Paese: USA

Voto: 5.5

Dopo l’algido copia e incolla del primo capitolo ai danni di REC tutti s’aspettavano un ovvio remake senza spessore del suo sequel e invece Quarantena II prende tutt’altra strada, discostandosi immediatamente dal prototipo iberico. Siamo su un aereo e, tra i pochi passeggeri presenti, un tizio viaggia in compagnia di alcuni criceti ecuadoregni che a sua insaputa (o forse no) sono portatori di un virus capace di trasformare l’essere umano in uno zombi rabbioso e dinamico; in verità più stile 28 giorni dopo che alla REC. Al regista non interessa il quadro psicologico dei personaggi - liquidato nei primi dieci minuti dove ognuno accenna al suo passato o ai progetti futuri in modo fastidiosamente didascalico – ma soltanto lo sviluppo horror/action della trama, che può dar finalmente fiato alle trombe quando un obeso sudaticcio, morso da uno dei criceti, inizia a sbavare e vomitare copiosamente finendo per aggredire i membri dell’equipaggio. L’aereo, dirottato suo malgrado verso un vicino aeroporto, “scarica” i suoi passeggeri in un gate dove poter raggiungere l’agognata salvezza. E invece no! Il gate è prontamente messo in quarantena perché nel frattempo il virus si è sparso in altre metropoli. Uscirne vivi sarà un’impresa. In questo film, dal taglio maledettamente televisivo, a salvarsi sono l’idea di ambientare il tutto in un aeroporto e il coraggio di fondo nell’affrontare un genere ricco di trappole, ma si pecca vistosamente nel creare la suspense (regia non pervenuta e colpi di scena bruciati da inquadrature matrimoniali) risultando, in più, irritante quando fa capolino quella furbizia sgamata nell’usare congegni narrativi già visti altrove. Da un lato si è tentati nel classificare Quarantena 2 quale prodotto dignitosamente di serie B, dall’altra si ha paura di etichettare come godibile un collage di luoghi comuni, tanto pieno di bava quanto purtroppo privo di sangue. Voto: 5.5.

giovedì 16 febbraio 2012

Hellraiser: revelations (Victor Garcia, 2011)




Genere: Horror

Durata: 75’

Paese: Usa

Voto: 4.5

Dal challenge delle saghe infinite sbuca il nono capitolo di Hellraiser, franchise inizialmente tra i più riusciti, ma indubbiamente nel tempo meno affascinante dei vari Nightmare o Venerdì 13. Chi ha voluto aggiungere un ultimo tassello alle vicissitudini del mefistofelico Pinhead risponde al nome di Victor Garcia. “Victor chi??” vi starete chiedendo. Beh a tale domanda neanche il sottoscritto ha saputo controbattere, ma pare che questo Garcia abbia passato la vita a creare esseri di gomma per la Filmax. Non è Wes Craven insomma (fortunatamente aggiungerei). A dargli manforte alla sceneggiatura c’è un tale Gary J. Tunnicliffe che a questo punto additerei quale autore di questo pasticciaccio, scagionando l’ignoto Garcia che se la cava sufficientemente. Infatti se nei primi 15 minuti la trama sembra avere le idee chiare mostrandoci i due scavezzacolli Nico e Steven fuggire in Messico in cerca di sballo, per renderci partecipi prima dell’uccisione di una prostituta e poi del risveglio di Pinhead a causa del consueto magic box, quando Steven torna a casa sotto shock, portando con sé il Male in persona, il plot s’accartoccia bruscamente. La storia a questo punto vorrebbe imboccare diverse strade narrative. Peccato che le imbocchi tutte contemporaneamente… e contromano; c’è un po’ di dramma familiare, con tanto di corna trasversali, un ragazzo che imbraccia un fucile tenendo sotto scacco i propri cari, che fa molto Bowling a Columbine, e infine udite udite c’è anche l’horror, racchiuso nelle poche apparizioni del povero Pinhead che ha la faccia di chi vorrebbe dirci “Ehy nel titolo c’è il mio nome, ve ne siete accorti???”. Per fortuna c’è un po’ di splatter nudo e crudo, per sfortuna si manifesta sempre allo stesso modo, ovvero sottoforma di uncini che squarciano le guance o il collo. Ma se a soffrire le pene dell’inferno sono degli attori credibili quanto un ristorante italiano a Pechino (tra tutti spiccano un pater familias monoespressivo e una donna che dall’alto dei suoi 30 anni dovrebbe interpretare la mamma di un venticinquenne) allora è tutto sangue che cola. Voto: 4.5.

martedì 14 febbraio 2012

Il Bosco 1 (Andrea Marfori, 1986)




Cast: Coralina Cataldi Massoni, Diego Ribon, Luciano Crovato, Elena Cantarone, Stefano Molinari

Genere: Horrortrash

Paese: Italia

Durata: 82’

Partito ufficialmente alle calende di febbraio il primo “Horror Trash Contest” in casa Masturzo: a lanciare la sfida ad Andolfi e al suo La croce delle sette pietre è Andrea Marfori, che dopo essersi accaparrato oltreoceano una steadycam a buon mercato, decide di portarla in Italia e usarla a cazzo girando contemporaneamente il suo debutto ed addio alle scene. Il Bosco 1 nasce come tributo all’horror La Casa (la steadycam non è casuale) e, visto l’assurdo titolo, anche come pretestuoso capostipite di una saga che purtroppo (ebbene sì, purtroppo!!) implode dopo appena un capitolo. Eppure di carne a cuocere ce n’è parecchia. L’incipit, di quelli impetuosi, ci conduce in un casolare dove una giovane donna – ammaliante come un opossum – prima seduce e poi evira un ragazzotto ignaro che tra le gambe della tipa risieda una mano demoniaca invece della più classica vagina. Poi l’azione (in senso lato) si sposta su una coppia in vacanza sulle Alpi; l’aitante Tony e la dinoccolata Cindy, che “l’impercettibile” accento ci suggerisce quale americana, sono di ritorno da Venezia e hanno intenzione di trascorrere un tranquillo soggiorno a base di pesca, relax e demenza puerile. Il paesino pronto ad ospitarli è tra i più desolanti dell’universo e inoltre detiene il record minimo di densità popolosa: 2 abitanti su svariati ettari di superficie. Se poi i 2 abitanti risultano l’uno, lo Stephen King dei poveri, l’altra, l’opossum demoniaco dell’incipit, allora il primato è ancor più singolare. Ma Tony e Cindy, fieri baluardi dell’ingenuità, s’affidano prima allo scrittore in erba, che nonostante sembri un incidente frontale tra James Bond e il Barone Rosso, sembra voglia metterli in allerta, poi alla donna dal naso aquilino che promette loro di condurli in un affascinante chalet. A questo punto Marfori compie il capolavoro, un colpo da biliardo destinato a proiettarlo nell’olimpo dei cineasti pluridecorati: l’horror, presentatoci irruentemente nella prima scena, scompare per cedere il passo ad un suggestivo documentario sul trekking di 35 minuti. Il regista, ricordandoci perennemente l’affarone della steadycam, ci lascia in compagnia dei protagonisti e ci invita ad accompagnarli all’estenuante ricerca del tanto decantato casolare. Una mezzoretta abbondante tra vialetti, foglie, rami e ancora vialetti, foglie e rami. Al calar delle tenebre la coppia, coadiuvata dall’opossum in calore, giunge a destinazione, ovvero una stalla fetida e umidiccia dove, suggellata la vera natura della terza incomoda, la trama scioglie i suo nodi narrativi. Dal nulla sbuca l’evirato della prima scena, che tramutatosi in un rapidissimo zombi, ha intenzione di trasformare il bosco (1, ovviamente) in un terreno di caccia. Ecco il delirio irrompere in una sceneggiatura sin qui lineare: chi impazzisce, chi si trasforma in un vampiro, chi s’improvvisa eroe rimettendoci le penne e chi fugge a zig zag. Tutto è ridondante, sopra le righe. I momenti cult vanno susseguendosi senza sosta. Lo zombi con un masso amputa di netto le mani al ragazzo che di lì in poi, per camuffare ai nostri occhi la mutilazione, gira per il bosco con dei polsi di mezzo metro. La fidanzata, evitando di chiedere lumi sull’accaduto, prova a cauterizzare le “ferite” con un po’ d’acqua (le testuali parole “Vado a prendere un po’ d’acqua fresca” fanno rabbrividire il “Ma quaggiù è buio” di Schettino). E non è ancora nulla se poi vediamo: 1) Tony, senza mani, che attende tranquillamente l’arrivo dell’acqua fresca 2) la fanciulla che costruisce con delle torce una roccaforte, espugnabile dall’ultimo arrivato 3) lo zombi che arpiona Cindy con una canna da pesca 4) la testa decapitata di Tony con in bella mostra l’etichetta della parrucca e 5) il gran finale con la sconfitta del mostro perpetrata col riflesso in uno specchietto. Da non sottovalutare il sottofinale che preannuncia un sequel che spero a distanza di 26 anni qualcuno si prenda la briga di girare. E’ un gran bel trash Il Bosco 1, che nonostante un budget considerevole, resta comunque una spanna sotto La croce delle sette pietre del maestro Andolfi. Non oso immaginare cosa sarebbe successo se ad acquistare quella steadycam fosse stato proprio Eddy Endolf!! Voto: 8

domenica 12 febbraio 2012

Rewind (Giovanni Masturzo, 2011)



Cast: Domenico Melisi, Franca Varriale, Ciro Longobardi, Lucia De Iulio, Umberto De Giuseppe, Giovanni Masturzo, Carlo “Sebastiano Somma” Melisi

Anno: 2011

Durata: 8’

Paese: Italia

Genere: Horror/Thriller

Giunge dall’Italia il cortometraggio dell’anno, non presente all’ultimo Festival di Venezia e plurignorato a quello di Cannes. Tratto da un’idea sbagliata del pioniere degli handycam movie, Umberto De Giuseppe, e costato appena 60 euro (cifra interamente spesa per il catering), Rewind è l’opera prima della neonata Mother’Eye Production, sorta dalle ceneri della fallita Grandmother’s Eye Production. Trama semplice ma egregiamente imprigionata in una sceneggiatura a prova di bomba: un ragazzo (interpretato dall’antidivo Domenico Melisi) rimasto da solo in casa data l’assenza della madre, avverte strani rumori che, in un crescendo rossiniano, si riveleranno essere fenomeni paranormali. Colpo di coda finale. Masturzo, in palese debito con la filmografia targata Shyamalan, dirige un melodrammatico horror improntato, ai confini del cinema muto, su una trovata (scritta a 4 mani con il geniale Longobardi) funzionale al suo camaleontico protagonista. Un marchingegno letteralmente ad orologeria che sebbene sembri compiacersi spesso dei suoi studiati ingranaggi, supportati da svariati virtuosismi di montaggio (vedi le scene in reverse e fast forward), non risparmia un messaggio etico sul valore dell’amicizia e una stoccata ad un’Italia malinconicamente ancorata al focolare domestico. Una favola gotica per adulti, per un plot - forse esageratamente - a tenuta stagna che è valso a Rewind l’etichetta di Manifesto del Neoermetismo. Sugli scudi Domenico Melisi (dichiarato seguace del Metodo) capace di infondere allo spettatore, ammansendo la voluta staticità della mdp, una straniante sensazione di inadeguatezza, attirandolo prima nella propria solitudine e poi scaraventandolo nell’angosciante baratro di una nuova lacerante dimensione, rappresentata quest’ultima da uno struggente collage finale dove esplodono l’insicurezza, la fragilità, le lacune dell’animo umano. Da segnalare l’apparizione lampo del regista nei panni di Charlot e il cameo accreditato di Sebastiano Somma, oltre i titoli di coda, nel ruolo di un ciclista guascone. Voto: 8.

venerdì 11 febbraio 2011

La nostra vita (Daniele Lucchetti, 2010)



Cast: Elio Germano, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Raoul Bova, Stefania Montorsi
Genere: Drammatico/Patetico
Durata: 95’
Paese: Italia/Francia
Voto: 5

Basterebbe la presenza ingombrante di Vasco dai primi minuti a sintetizzare l’essenza di un film che definire sopravvalutato sarebbe un enorme complimento. Tutto inizia tra le squallide impalcature di un cantiere romano dove il capomastro Claudio (Elio Germano) va barcamenandosi pur di portare avanti quella baracca che i dizionari di lingua italiana chiamano famiglia - una moglie incinta e due figli – e lo fa zittendo i propri principi etici che fanno capolino quando scopre il corpo di un guardiano rumeno, schiantatosi da altezza siderale e poi seppellito alla carlona. Denunciare o tacere?? La seconda perché se no addio lavori e sogni di gloria. Ma il destino beffardo ci mette lo zampino e l’improvvisa dipartita in sala parto della moglie (Isabella Ragonese) trasforma prima Claudio in un padre disposto a tutto pur di vedere i propri figli sorridere e poi il dissotterramento del rumeno in un’infida arma d’estorsione con la quale tenere il proprio datore di lavoro per le palle (reo di non aver denunciato la morte del guardiano), al fine di farsi consegnare il subappalto di una palazzina. Il ricatto va in porto eppure il contante scarseggia. No problem; ci pensa uno spacciatore disabile (Luca Zingaretti in una performance odiosa) che presta 50000 euro al nostro Claudio senza batter ciglio e soprattutto consapevole del pestaggio che gli costerà tale “versamento” (perché anche gli spacciatori hanno un cuore). Ovviamente i soldi non torneranno mai nelle tasche del Montalbano capellone e non entreranno neanche in quelle degli operai del cantiere che saranno fregati più volte dalle becere macchinazioni di Claudio, oramai inghiottito dai manti del lato oscuro. E no!! Un attimo. Questo tizio è tanto spietato che a confronto Tony Montana è il Mahatma Gandhi. Sarebbe troppo facile e insolito disegnare il ritratto di un uomo (italiano) così viscido senza piazzare una contropartita morale. Ed eccola arrivare nelle vesti di Andrei, un bamboccione di due metri, il cui padre GUARDACASO è proprio quel rumeno morto sciaguratamente e la cui madre GUARDACASO andrà a far compagnia al fratello sfigato di Claudio, ovvero un Raoul Bova nel suo primo ruolo da incapace con le donne dai tempi di Alien Vs Predator. E per una sceneggiatura che pratica l’espiazione tramite il denaro, Andrei risulterà l’unico degli operai ad esser onestamente pagato. Ora è inutile dirvi come va a finire sta’ manfrina perché tanto è sempre la famiglia a toglierti dai casini: “I tacchi sono un po’ come i parenti; sono scomodi ma aiutano” dice un’intrigante Stefania Montorsi. Ed è inutile dirvi che Anima Fragile di Vasco sarà come il prezzemolino, lì a rompere i coglioni anche al funerale della moglie quando Claudio la canterà a squarciagola ricordando al sottoscritto come sia possibile tanto odio nei riguardi di quel lercio “ruttAutore”. E invece mi vien da dire “meno male che c’è Elio Germano” attualmente il miglior attore italiano, regista di sé stesso (per fortuna) e vivo come nessun altro. Non è un caso il premio come miglior attore vinto a Cannes ex aequo con Javier Bardem, peccato sia giunto grazie a questo film. Alla faccia mia. Voto: 5.

sabato 5 febbraio 2011

Le cocenti delusioni del 2010



Robin Hood: tutti, dagli addetti ai lavori ai semplici spettatori, attendevano un clone de “Il Gladiatore”. I primi a mo’ di critica, i secondi con una speranza di bis nel cuore. Invece Robin Hood ha deluso entrambi. Come è possibile? Chiedetelo a Ridley Scott. Per una settimana il vero principe dei ladri è stato il cassiere del cinema.

L’ultimo dominatore dell’aria: qui Shyamalan è effettivamente indifendibile. Sarà che i suoi precedenti capolavori mi hanno ben viziato, ma l’unica domanda che riesco a porre ora è Perché???

Io, loro e Lara: qualcuno fermi Verdone. Non basta abbozzare una simpatica sceneggiatura per battere i proseliti di De Laurentiis. I suoi ultimi personaggi sono banali macchiette che al termine di un percorso per nulla veritiero hanno anche il coraggio di sfoggiare una morale.

Alice in Wonderland: i fan di Tim Burton amerebbero i suoi film anche se fossero incentrati sulle gesta di un caterpillar in calore. Chi ama il cinema tout court si è rotto invece le palle di vedere Johnny Depp ridotto a un ammasso di smorfiette e sorrisoni stranianti.


Shutter Island:
al di là di una performance stratosferica del maturo Di Caprio resta un film scritto a tavolino. Scorsese riduce l’horror a un artificioso meccanismo piazzando l’oramai logoro colpo di scena ribaltatore, ma l’invenzione figlia del “sesto senso” ha fatto già il suo tempo.

Somewhere (Sofia Coppola, 2010)



Cast: Stephen Dorff, Elle Fanning
Genere: Commedia
Durata: 97’
Paese: Usa
Voto: 7

Il cinema di Sofia Coppola lo si ama o lo si odia. I suoi film, senza una trama classica, ma ricchi di silenzi, sguardi, particolari, da anni fanno letteralmente scervellare i critici del globo cinematografico. Somewhere è l’ultima delle tappe di un astratto ma autobiografico percorso iniziato con Lost in Translation (escluderei Il giardino delle vergini suicide) e rincarato dal pop frivolo di Maria Antonietta. Ora sta a noi spettatori capire, percepire il senso di un modus operandi apparentemente vacuo che esclude a priori intrecci o colpi di scena, scegliendo di immergerci a fari spenti in un rapporto padre - figlia scandito da piccole intese e gesti delicati (mangiare il gelato sul letto o giocare insieme alla Wii) con una piccola intrusione nel nostro amato Stivale dove l’apparizione di Joker/Simona Ventura sottolinea quanto alla Coppola piaccia parlare della vita mondana di chi nei soldi ci sguazza con conseguente disorientamento morale (e ogni sua opera lo conferma). Al posto di Stephen Dorff potrebbe esserci stato chiunque perché la performance di un attore che interpreta sé stesso conta poco mentre una domanda nasce spontanea alla vista della piccola Elle Fanning (sorella di Dakota!!): come cazzo si fa a essere così bravi a quell’età?? E’ un film dove accade ben poco ma che non annoia, bensì approfitta del nulla per far riflettere. Un paradosso dettato da una furba trovata o dal desiderio di raccontare l’essere umano fuorviando il frastuono del cinema moderno? Ecco un’altra bella domanda. Voto: 7.

Da vedere con Stephen Dorff: Cuba Libre – La notte del giudizio (1993), Blade (1998), Nemico Pubblico (2009)
Da vedere con Elle Fanning: Babel (2006)

venerdì 28 gennaio 2011

127 ore (Danny Boyle, 2010)



Cast: James Franco
Uscita al cinema: 25/2/2011
Genere: Drammatico
Durata: 92’
Voto: 7.5

Tratto da una storia vera. 2003: l’escursionista Aaron Raltson nel corso di una visita solitaria al Grand Canyon (precisamente nel Blue John) resta bloccato in un crepaccio, con una mano sotto un enorme masso. Una borraccia d’acqua, una fune, un coltellino cinese (spuntato) e una videocamera, quest’ultima a filmare e testimoniare le 127 ore di infinita agonia che condurranno ad una drastica e inconfutabile scelta: l’amputazione del braccio. Ora se questo film lo avesse girato un regista alla Lasse Hallstrom i limiti del patetismo sarebbe stati oltrepassati senza alcun pudore, ma dato che il cineasta in questione risponde al nome di Danny Boyle (Trainspotting, 28 giorni dopo, The millionaire) gli spettatori possono tranquillamente accomodarsi in poltrona senza correre il rischio di incappare nel diabete. Come in tutti i suoi prodotti il regista britannico compie l’80% del suo lavoro in cabina di montaggio: illusioni, mondi onirici, split screen e una scena in rewind (trovata presente anche nel finale di The millionaire). Ma la vera sorpresa veste i panni del Tristano James Franco che, nonostante l’odio premeditato dei critici di mezzo mondo, si carica sulle spalle un’interpretazione per nulla semplice, ebbra di sofferenza e lucida follia (emblematica la scena della finta auto-intervista) evitando cadute nel baratro dell’overacting. Insomma 90 minuti di ottimo cinema claustrofobico dimenticando gli intrecci compiaciuti di Buried – Sepolto (2010), e con un messaggio bene in vista: quando dovete avventurarvi per un’escursione solitaria ricordate di lasciare un biglietto con su scritto dove cavolo siete andati!!! Voto: 7.5.

martedì 25 gennaio 2011

Unthinkable (Gregor Jordan, 2010)



Cast: Michael Sheen, Carrie-Ann Moss, Samuel L. Jackson
Genere: Drammatico/Torture
Durata: 92’
Paese: Usa
Voto: 8

Unthinkable. Impensabile. Come è impensabile che questo film sia giunto direttamente in DVD. Anzi a vederlo appare ovvia tale scelta, un film con i controcazzi è destinato per natura a essere straight-to-homevideo. E Gregor Jordan è recidivo al meccanismo; uguale sorte gli capitò per The Informers (2008). L’America come tutto il mondo non accetta prodotti senza happy-ending, a cosa serve campare se non hai una speranza? A cosa serve il cinema se il “cattivo” trionfa? Ecco spiegate le bidonate sciovinistiche come Fuori Controllo o Giustizia Privata. Il plot di Unthinkable è essenziale: l’FBI cattura un americano filoislamico (Michael Sheen) reo di aver piazzato 3 bombe nucleari in altrettante città, e si affida di conseguenza a un veterano esperto nell’estorcere informazioni a qualsiasi prezzo. Lo script, che imbocca sin da subito la diritta via del torture-porn (falangi che saltano al primo interrogatorio), si adagia sulle performance brutalmente opposte di Michael Sheen e Samuel L. Jackson, autori di uno scontro psicologico (e fisicamente insostenibile) che soltanto la razionalità del personaggio interpretato da Carrie-Ann Moss riesce temporalmente a placare. Alla linearità della trama risponde un iter emotivo del tutto imprevedibile perché se all’inizio si patteggia per il terrorista, implorando una pietas e condannando i (non) principi etici dell’aguzzino, alla fine vorremmo ucciderlo con le nostre mani. E’ altresì vero che i metodi di tortura fanno rabbrividire, e pensare che si possa giungere all’uccisione della moglie e a un principio di violenza su dei bambini lascia perplessi, ma credo che ciò sia poco distante dalla realtà e da ciò che accade in prigioni come quella di Guantanamo. E anche il quesito sull’importanza di una vita al cospetto di un centinaio di potenziali vittime apre un dubbio epocale sulla necessità di interrogatori talmente dilanianti. Sin dove è giusto spingersi vien da chiedersi. Insomma un film senza se e senza ma, e soprattutto senza compromessi. Dopo tanta violenza ho altamente temuto per un finale palliativo; invece Jordan ha afferrato una manciata di palle, mandando a fanculo il politically correct, ed è andato sino in fondo con un colpo di coda di rara bellezza, risparmiandoci patetici epitaffi o scenari catastrofici. Complimenti. Voto: 8.

martedì 18 gennaio 2011

Inception (Christopher Nolan, 2010)



Cast: Leonardo Di Caprio, Marion Cotillard, Ellen Page, Joseph Gordon-Levitt, Cillian Murphy, Michael Caine.
Genere: Eh bella domanda!!
Durata: 140’
Musiche: Hans Zimmer
Paese: Usa/Gb
Voto: 6.5

L’accusa mossa da svariati critici alla freddezza con la quale Nolan tratta i suoi personaggi, al fine di privilegiare il complicato meccanismo narrativo, mi appare fuori luogo. E’ ovvio che il cineasta del rinato Batman sia prima di tutto un folle sceneggiatore (per forgiare una trama del genere ci vogliono anni!!) col pallino dei trucchi e dei congegni labirintici ma qui come (e soprattutto) in The Prestige l’andirivieni spazio-temporale è al servizio dell’introspezione psicologica del ladro di idee interpretato da Di Caprio. 2 ore e venti volano come rondini in primavera mentre la nostra mente cerca di capire cosa sia vero e cosa sia sogno, eppure la difficoltà nel riassumere una trama del genere non ha il suo corrispettivo sullo schermo. Nonostante il film sia distribuito su 5 livelli - di cui 4 onirici (o forse 5?) – il film fila liscio come l’olio anche grazie ad alcuni passaggi didascalici nei quali qualche attore di contorno ci spiega cosa stia accadendo o cosa accadrà se. Il finale (intendo l’ultimissima inquadratura) è un colpo di genio da pelle d’oca, dove la trottola ha – chissà - lo stesso valore simbolico dell’unicorno di Blade Runner? Quindi l’ultimo capolavoro di Nolan compie la sua missione: inchiodare alla poltrona lo spettatore di turno grazie anche a trovate visive da me personalmente mai viste prima. Ciò che non torna è la materia conduttrice del film. La dimensione onirica. Di cosa sono fatti i sogni?? Credo che le teorie celebrate da Nolan siano ben distanti, e fini soltanto alla spettacolarità del plot, da quelle che ogni essere umano ha sul mondo dei sogni. Cercare di inquadrare e regolamentare così rigidamente (parlando di proiezioni, globuli che si ribellano, paradossi) uno spazio infinito dominato dal nostro subconscio è impresa ardua destinata a fallire concettualmente. Se un tizio mi lancia un secchio d’acqua in faccia mentre dormo non vuol dire che nei miei sogni ci sarà un violento acquazzone!! Sbaglio o son desto?? Voto: 6.5.

Da vedere con Leonardo di Caprio: praticamente tutti i suoi film!!!
Da vedere con Marion Cottilard: La vie en rose (2007), Nemico Pubblico (2009)
Da vedere con Ellen Page: Juno (2007)
Da vedere con Cillian Murphy: 28 giorni dopo (2002), Batman begins (2005), Sunshine (2007)
Da vedere con Joseph Gordon-Levitt: 500 giorni insieme (2009)

venerdì 14 gennaio 2011

Hereafter (Clint Eastwood, 2010)



Cast: Matt Damon, Cécile de France, Bryce Dallas Howard, Thierry Neuvic, Frankie McLaren
Genere: Drammatico
Durata: 129’
Paese: Usa
Voto: 7

Vince ma di misura quest’ultimo Clint Eastwood. L’ispettore Callaghan si getta qui in una questione che va “al di là” della percezione umana e al di là dei temi da lui stesso adoperati. Siamo oltre l’eutanasia di Million Dollar Baby, la rabbia “paterna” di Gran Torino e l’eroica persistenza di Changeling (accomunati questi dal tema della morte). Siamo tra i fasci di luce dell’oltretomba nei quali si immerge letteralmente la giornalista francese Marie (Cécile de France), scampata miracolosamente allo Tsunami del 2004 (incipit stupendo e catastroficamente inedito per il cinema di Eastwood) e vittima di una visione che segnerà la sua vita, professionale e non, per sempre. Gli stessi fasci di luce verso i quali prova disperatamente ad avvicinarsi il piccolo Marcus (Frankie Mclaren), a cui il destino ha sottratto in maniera becera un amorevole gemello. 2 personaggi, il bambino e la giornalista, costretti a navigare nel limbo degli incompresi, in un mondo dove gli esseri “finiti” smettono di inseguire l’infinito perché la vita è un ginepraio di ambizioni veniali e animi depauperati. Il sensitivo George (Matt Damon) è invece oltre quella barricata, eppure il suo dono risulta, per sua stessa ammissione, una condanna. Ne capiamo il perché quando gli scheletri della bellissima Bryce Dallas Howard (mamma mia che occhi!!) escono prepotentemente dall’armadio stroncando sul nascere un tenero legame andatosi ad instaurare tra i banchi di un corso di cucina italiana. 3 solitudini destinate prima a incrociarsi, poi a sfiorarsi e infine a incontrarsi a Londra in un epilogo ove ognuno dei protagonisti trova la propria dimensione su questa terra. Un happy end senza risposte perché Clint sceglie saggiamente la strada del mistero (come fa il “mio” M. Night Shyamalan, ma a lui nulla è perdonato), lasciandoci soli col Domandone ancestrale, mentre sullo sfondo trionfa l’amore perché forse è esso l’unico strumento, la vera terra di mezzo, capace di innalzarci dalla nostra incompiutezza e per un attimo lasciarci assaggiare quei divini, incantevoli fasci di luce. Voto: 7.

Da vedere con Matt Damon: The Departed (2006), The Good Sheperd (2006), Invictus (2009)
Da vedere con Bryce Dallas Howard: The Village (2004), Terminator Salvation (2009)
Da vedere con Cecile de France: L’appartamento spagnolo (2002), Nemico pubblico N.1 – L’istinto di morte (2008)