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domenica 16 settembre 2012

The Divide (Xavier Gens, 2011)




Cast: Michael Biehn
Genere: Horror
Durata: 121’
Paese: Canada, Usa, Germania
Voto: 6

Mentre New York è rasa al suolo da una catastrofe atomica, un drappello di inquilini di un condominio trova riparo nel rifugio costruito da Mickey, mitomane alquanto esaurito. Il rapporto tra conviventi non tarda ad incrinarsi, degenerando con l’irruzione di uno squadrone di decontaminazione che, privo di qualsiasi savoir affaire, preleva una bambina strappandola dalle braccia della madre; l’episodio scatena una sommossa all’interno del bunker che lascia stramazzati al suolo i tre agenti speciali. Di qui in poi il rapporto con il mondo esterno si interrompe (se non per una breve e irrilevante sortita) cedendo il campo all’evoluzione/involuzione delle dinamiche di gruppo. Le gerarchie, applicate alle leggi del darwinismo, vanno delineandosi in una sorta di ritorno al passato dove l’uomo riscopre i propri istinti primordiali a discapito del prossimo, riducendosi a pazzo troglodita. In quest’ambito Xavier Gens va a nozze nello sciorinare il proprio stile lercio e violento (alcuni momenti gratuiti sono rubati di netto dallo stile fracassone di Boyle), restando però vittima di uno spocchioso autocompiacimento quando esagera nel voler applicare la teoria dell’homo homini lupus sino allo stadio ultimo (vedi anche Frontiers). Nonostante The divide sfori nelle due ore la sensazione è quella di un progetto riuscito a metà, perché se in partenza Gens pare voglia affrontare lo sviluppo delle relazioni sociali in situazioni estreme lasciando una finestra aperta sul mondo esterno, dopo un po’ barrica quella finestra concentrandosi esclusivamente sul primo punto. Mentre all’interno del rifugio salta qualsivoglia schema etico noi spettatori siamo in attesa di sapere cosa stia accadendo lì fuori, un po’ come il bambino che desidera possedere l’unico giocattolo che non ha. La risposta, tra le macerie fumanti, giunge soltanto nel finale risultando frettolosa, forzata e tutt’altro che esaustiva; e il risultato sembra suonare un po’ come presa per il culo. Allora mi chiedo: perché optare ancora una volta per New York come metropoli al centro del disastro se tale scelta non ha alcun valore ai fini della narrazione??? Si poteva essere originali almeno in quello!! Voto: 6.

giovedì 26 aprile 2012

Pontypool (Brue McDonald, 2008)

Cast: Stephen McHattie, Lisa Houle, Georgina Reilly, Hrant Alianiak Genere: Horror Durata: 94’ Paese: Canada Voto: 7 Alla stazione radiofonica CLCI della tranquilla cittadina di Pontypool giunge il conduttore Grant Mezzy, noto come personaggio alquanto sopra le righe, soprattutto per le equilibrate dinamiche della trasmissione mattutina di cui sarà maestro di cerimonie. Grant riesce ad adattarsi agli schemi, ma improvvisamente un virus incontrollato si diffonde in città causando assurdi episodi di violenza culminanti, sporadicamente, in crudi atti di cannibalismo. Per Grant, barricato nella stazione con un’assistente e la produttrice del programma, non sarà un giorno come tanti altri. Quasi per intero ambientato nella stazione di cui sopra, Pontypool è un piccolo gioiello di scrittura e inventiva, che nel decennio del torture porn dove l’orrore, e non il terrore, ci è letteralmente sbattuto in faccia risulta quale voce fuori dal coro e in quanto tale prodotto da tutelare con i denti. A tratti E venne il giorno, in altri frangenti La città verrà distrutta all’alba questo a differenza dei due scegli per un’ora di nasconderci l’horror prettamente visivo, precipitandoci in un angosciante caos, tra telefonate e interventi radiofonici difficili per lo spettatore da catalogare come veritieri o non. In questo McDonald omaggia esplicitamente l’impresa che compì Orson Welles quando, rileggendo La guerra dei mondi, gettò una nazione nello scompiglio annunciando un’imminente invasione aliena. Dopo un giro di lancette che fanno gridare al capolavoro l’opera del regista canadese perde qualche colpo trasformandosi in uno zombi movie per poi tornare nuovamente nei ranghi della dialettica quando c’è da tracciare l’epilogo, quest’ultimo forse troppo ambizioso. Pontypool resta comunque un film prezioso, che ancora una volta ci mostra (come il bellissimo Them) i punti chiave per una perfetta produzione low budget, ricordandoci quanto per il cinema sia importante il “come” e non il “cosa”, e sottolineando inoltre il potere (qui mefistofelico) del racconto, e del mezzo tramite il quale esso si manifesta: la parola. Voto: 7.

domenica 18 marzo 2012

The Dead (Ford Brothers, 2010)



Cast: Rob Freeman, Principe David Osei
Genere: Horror
Durata: 104’
Paese: GB
Voto: 8

Quando l’horror zombesco migra in Africa regna sempre il timore di doversi sorbire tediosi approfondimenti sulle vere origini dei cosiddetti morti viventi (radici da trovare nello specifico ai Caraibi), tra riti attorno al fuoco e macumbe allucinate dettati da uno stregone fuligginoso. Che The Dead sia ben altro lo si capisce sin dal prologo, eroico nelle sue venature western, dove un uomo silenzioso “sfida” uno zombie dinoccolato. Il tutto tra le dune del deserto. Incipit niente male. Ok ora arriveranno le famose divagazioni sugli usi e costumi locali, penserete. E invece no; siamo sì in un villaggio, ma nel bel mezzo di un attacco, una vera e propria carneficina con decine e decine di zombi a dividersi un lauto banchetto. Ci è andata bene ma ora devono per forza di cose arrivare le celebri divagazioni attorno al falò, o almeno un discorsetto con un tizio che sottolinea quanto sia pericoloso per un occidentale addentrarsi nei meandri del voodoo. No, semplicemente no. Nella terza scena siamo su una spiaggia africana dove un ingegnere militare americano, miracolosamente scampato ad un disastro aereo, prova ad aprire una cassa contenente armi e viveri mentre svariati living dead sbranano il suo collega. 15 minuti adrenalinici che da soli valgono più di due stagioni di The Walking Dead. Il resto del film è un affascinante viaggio al fianco dei due alleati per caso (l’ingegnere militare di cui sopra e un soldato del posto) alla ricerca della salvezza, e dei propri cari (metaforicamente e non), dove il ritmo compassato non risulta mai noioso ma anzi in linea con quel passo lento e angosciante che soltanto gli zombi romeriani sanno trasmettere. I due registi conoscono a menadito la lezione del regista di Pittsburgh; basta notarlo nei tanti omaggi, ma soprattutto in quel voltarsi sornione degli zombi al rumore di uno sparo in lontananza. Da pelle d’oca semplicemente per un rimando sottile agli aficionados del genere. Eppure non c’è mai sensazione di già visto o tentata scopiazzatura. Sebbene si possano tirare in ballo i vari Lucio Fulci e Vincent Dawn/Bruno Mattei, The Dead conserva un suo ammaliante canovaccio supportato dalla più suggestiva e potente delle scenografie: la natura, a dimostrare che con fotografia ed inventiva non tutti abbiamo bisogno di un Dante Ferretti nello zaino. Epilogo portatore di speranza, anticipato da un momento quasi fumettistico che mi ha fatto temere il peggio. Voto: 8.

sabato 10 marzo 2012

Delirio di sangue (Sergio Bergonzelli, 1988)



Cast: John Philip Law, Gordon Mitchell, Brigitte Christensen, Olivia Link
Durata: 88’
Genere: Trash Pseudo Horror
Paese: Italia
Voto: 5

Ce l’ha messa tutta Sergio Bergonzelli per sfornare una mostruosità del genere ed accaparrarsi il titolo di leader maximo del trash tricolore. Apprezziamo lo sforzo ma Blood Delirium resta distante anni luce dai monumentali Il Bosco 1, La croce delle sette pietre e Paganini Horror. Eppure gli ingredienti per far bene sussistono. Analizziamoli partendo da quelli pro-trash. Trama: dopo la morte della moglie Christine, pianista “leggermente” ossessionata dal Delirium di Brahms, il pittore Saint Simon, definito nonsisaperchè l’erede ideale di Van Gogh, entra in uno stato confusionale che soltanto l’arrivo della dolce e masochista Sibille (guarda caso identica alla moglie, guarda caso pianista e guarda caso fissata per il Delirium) potrà spezzare. La giovane fanciulla senza pensarci più di tanto abbandona il pleonastico fidanzato per trasferirsi nella dimora del sofferente pittore che, nel frattempo, tentando di aiutare il depravato servitore Hermann nell’occultamento di un cadavere scopre il colore perfetto, ovviamente quello del sangue. Finale salvifico con visioni mistiche e consigli dallo spazio infinito. Sceneggiatura sostanzialmente delirante non soltanto nel titolo. Cast: nonostante John Philip Law si sforzi nel trasmetterci la follia del pittore maledetto che dipinge sferzando l’aere con tartaree pennellate, risultando detentore di un’incisività fisiognomica pari a quella dell’uomo di Cro-Magnon, c’è però chi riesce, come Gordon Mitchell, a fare di meglio (o peggio?). Sono suoi tutti i momenti trashissimi del film. Al di là degli 820 primi piani buttati qui e lì come messaggi subliminali (data la marmorea espressività potrebbe benissimo essere un refrain dello stesso ciak) regna il sospetto che il cachet di Mitchell sia da valutare in libido, in quanto trascorre il 90% del film palpeggiando tette o divaricando gambe, diciamo molestando delle donne in generale, vive o morte esse siano. Il restante 10% è un digrignar di denti, come ai bei tempi di Aborym. Erotismo(??): se la valuta horror scarseggia vistosamente Bergonzelli sembra aver trovato la sua raison d’etre nel pecoreccio più grossolano. Verrebbe da dire “il nudo abbonda sulla bocca di Mitchell” perché qui in quanto a zizza-time ce n’è per tutti i gusti, dai seni floridi a quelli burrosi passando per il celeberrimo pelo pubico. Elementi pedissequamente manipolati e sballottati dal Charlton Heston dei poveri. Elementi Contro-trash. Sangue: in un trash non può mancare l’effetto splatter, soprattutto se allestito con quattro soldi. Almeno uno di questi deve timbrare il cartellino: una testa di cartapesta con etichetta che esplode senza motivo (Il bosco 1), qualche atto di cannibalismo (Virus, e non fa niente che le scene erano rubate da un altro film) e una pietanza disgustosa a scelta (Troll 2). Nel Delirio di Bergonzelli di emoglobina non vi è alcuna traccia; un graffietto al massimo, a bordo tetta. A confronto Toy Story sembra Non aprite quella porta. I Dialoghi: come ogni scult che si rispetti l’ignominia di un film è da quantificare in proporzione alla bassezza/ridondanza/illogicità dei suoi dialoghi. Per fare un esempio la vetta in questo settore è stata toccata da Paganini Horror. In Delirio di sangue di dialoghi ne sono stati scritti due, poi fotocopiati in ogni pagina del copione: 1) la metafora delle fiammelle che si uniscono (pronunciata sempre con le stesse parole) 2) una disquisizione trascendentale su l’altro te (“sono l’altro te quindi io sono te e tu sei me…”). Allucinante. Ripeto, ce l’ha messa tutta Sergione ma il trash non abita qui. Gordon Mitchell?? Lui sì che è di cattivo gusto. Voto: 5.

sabato 3 marzo 2012

Grazie Padre Pio (Amedeo Gianfratti, 2001)



Cast: Jo Donatello, Gigione, Cinzia Profita
Durata: 40’
Genere: Musical drama
Paese: Italia
Voto: 10

Napoli: il bello e dannato Jo Donatello deve pagare lo scotto del suo amore per una misteriosa femme fatale (la sobria Cinzia Profita) lavorando al soldo del mefistofelico boss Don Franco come pilota per corse clandestine. Il padre Gigione pur di strappare il figlio dalle maglie della malavita s’affiderà alla bontà di Padre Pio. Di fronte ad una gemma di tale lucentezza creativa avranno certamente da ricredersi gli svariati detrattori del genere, rei negli ultimi anni d’aver definito il musical all’italiana quale prodotto morto e sepolto. A scardinare ciò che sembrava un assioma a tenuta stagna giunge la premiata ditta Jo Donatello – Gigione in quello che risulta essere più di una semplice favola musicale. Grazie Padre Pio va proclamandosi come il non plus ultra del cinema tout-court. Qualsiasi sottogenere qui si dimostra parte integrante di un ginepraio visionario: commedia, dramma, action, horror, fantascienza (che una ragazza si innamori di Donatello dopo 3 minuti è fantascienza allo stato puro), noir ed epilogo in salsa fantasy. Ma non ci si ferma qui. Il regista imbottisce il film di messaggi al vetriolo verso un’Italia priva di uno Stato autoritario nell’ arginare il violento incedere della camorra, e si spinge oltre quando lancia frecciatine velate a situazioni di caratura internazionale: quel continuo elogio alla “gente che lotta per libertà” sa tanto di pepata allusione alla questione palestinese. Sullo sfondo una Napoli affascinante e nebulosa, chiaro alterego della protagonista Cinzia Profita (incantevole con quel filo di trucco), perfetta nel prestare corpo e talento ad una sirena di illusoria innocenza, cinica nel condurre il nostro Donatello in un viaggio agli inferi di sola andata. Ed è proprio l’eclettico Jo Donatello, simmetrica collusione tra la rinascimentale bellezza di Christopher Lambert e l’atteggiamento tormentato alla James Dean, a meritare il più nobile degli encomi. Attore sontuoso, cantante compassato, autore di musiche e testi, padrone dei tempi cinematografici, capace di sovrastare il ben più temprato Gigione (che da grande professionista si costruisce un ruolo da umile comprimario), insomma artista a tutto tondo. Ascoltarlo imbastire la summa degli inni all’amore è come avere un posto in prima fila nell’anticamera del Paradiso. “Quanto ti amo…ti amo…ti amo..quante emozioni…”. Chiudi gli occhi e sei ad un passo da Dio… Voto: 10.

martedì 28 febbraio 2012

Virus - L’inferno dei morti viventi (Vincent Dawn, 1980)


Cast: Frank Garfield, Margit Evelyn Newton, Selen Karay, Robert O’Neil, Gaby Renom
Genere: Horror
Durata: 93’
Paese: Italia/Spagna
Voto: 8.5

Nuova Guinea: all’interno di una centrale atomica un ratto imbizzarrito morde un addetto ai lavori che, dimenandosi selvaggiamente, apre accidentalmente una valvola dalla quale fuoriesce gas tossico capace di trasformare i morti in esseri affamati di carne umana. In un attimo Pandora è assediata dagli zombi. Scusate intendevo la Nuova Guinea: i morti viventi colorati di blu traggono in inganno. Insomma chi ci salverà da questo cataclisma??? La risposta giunge puntuale nella scena successiva mostrandoci uno spietato corpo d’assalto impegnato nello strappare un gruppetto d’ostaggi dalle mani di imbranati terroristi. Tale blitz sanguinolento (sottolineato da omicidi gratuiti) è il biglietto dai visita dei quattro SWAT protagonisti del film: l’organizzatore dagli occhi di ghiaccio, il mistico, lo gnomo farsesco e l’inutile. Al quartetto vanno aggiungendosi una donna dalle trovate geniali ed un cameraman con la fissa per i primi piani. Il viaggio all’inferno è appena iniziato. Bruno Mattei, alias Vincent Dawn, è il regista d’emergenza degli anni ’80, perché capace di trarre il massimo con il minimo del budget, e non fa nulla che realizzi tali imprese con azioni ai limiti del decoro cinematografico ovvero scopiazzando, inserendo scene già viste (voli di fenicotteri e aironi a iosa) ed allungando il brodo con spezzoni presi da altri film (la parte centrale, secondo “Cripte e Incubi” è estrapolata per intero da Nuova Guinea, l’isola dei cannibali). Il suo stile è anarchico da qualsiasi angolazione lo si osservi; la planimetria narrativa non ha alcuna affinità con quelle di un racconto standard, i momenti ad alta tensione sono posizionati alla carlona (la maggior parte all’inizio) alterando qualsiasi virtuale linea emotiva. Inoltre Mattei si diverte (consapevolmente o non? mi chiedo) ad abusare di tanti stereotipi del genere e al contempo violarli quando adopera scelte inedite, vedi l’esagerato accanimento sul bambino zombi e il fantasioso messaggio finale. Che poi il film sia la versione frullata dello Zombi (1978) di Romero, dal quale ruba l’intera colonna sonora dei Goblin e svariati momenti narrativi - il raid dell’incipit, il caos creato dai media e gli stessi personaggi – è soltanto l’ultimo dei problemi. Un gran casino insomma, esacerbato dalle performance allucinate dei protagonisti; sugli scudi senza dubbio il tarantolato Santoro (Frank Garfield/Franco Garofalo) che, perdendo la trebisonda ogni 10 minuti, si lancia a capofitto tra gli zombi tentando di ammazzarli a suon di sboccati vituperi e elucubrazioni sul senso della vita. Altrettanto efficace ma nettamente più trash Margit Evelyn Newton che oltre a detenere un numero infinito di primi piani con urlo annesso, si rende autrice della più sensazionale scoperta antropologica del millennio, l’abbattimento delle barriere comunicative tramite l’uso del body language pittorico. Vederla correre con le tette ballonzolanti, dipinte come dei bersagli, è la seconda cosa più assurda che abbia mai visto. La prima? Uno zombi che sale al volo in auto abbassando la testa per non sbattere nella portiera. Fenomenale. Mi son chiesto come da solo Mattei abbia potuto creare tale divertente abominio, poi notando il Claudio Fragasso di Troll 2 quale assistente regista qualche dubbio è andato svanendo. Voto: 8.5

sabato 25 febbraio 2012

Trolls 2 (Claudio Fragasso, 1990)



Cast: Michael Stephenson, George Hardy, Margo Prey, Connie McFarland
Durata: 83’
Genere: Fantasy/Horror
Paese: Ita/Usa
Voto: 5.5

Quando dopo 2 secondi ho visto ruggire il leone della MGM ho temuto di trovarmi dinanzi a un cinema di qualità (non che la Metro-Goldwin abbia sfornato queste pietre miliari) e d’aver ovviamente sbagliato film, poi in fretta e furia il nome di Drake Floyd (obviously Fragasso in incognito) è giunto a tranquillizzarmi come un’amorevole balia: “Non avere paura fanciullo sono il trash che stavi cercando”. Sottolineando che Troll 2 nasce per sfruttare il successo (?) riscosso dal Trolls di John Carl Buechler e che l’ambientazione negli States, con cast tecnico e artistico made in Usa, è frutto della necessità dell’italiana Filmirage d’apparire più figa, il prodotto di Fragasso è il più classico degli horror a stampo fantasy. Al piccolo Josh il nonno defunto accorre in sogno come un oracolo narrando storie di folletti alquanto malefici (e qui parte una ricostruzione favolistica chiaramente debitrice della Biancaneve porno apparsa in passato su emittenti televisive di terza fascia) al fine di impedire in qualche modo l’imminente partenza della famigliola per la bucolica cittadina di Nilbog, il cui spelling esacerbato in mille modi vorrebbe farci notare che riletto al contrario potrebbe celare qualche nefasto significato. Ma oramai la frittata è fatta; Nilbog, N-I-L-B-O-G, 26 abitanti, è la madrepatria dei folletti di cui sopra. Neanche i tentativi disperati di Josh (tra cui una pisciata sul pranzo) scongiureranno la tragedia. Da dove iniziare per giudicare un’opera del genere?? Mi soffermerei prima di tutto sui protagonisti: esclusi gli attori di contorno, tra cui spiccano i sosia di Roberto Mancini e Kakà, il film verte sulle gracili spalle dell’acuto Josh (figlio di un frontale tra lo storico testimonial della Kinder e un missile Patriot) e su quelle più attempate del nonno che, invocato ogni 5 minuti dal pargolo, va umiliandosi apparendo negli specchi di casa sfoderando soluzioni talmente assurde da spacciare quelle del Batman di Adam West come idee assolutamente fattibili. Non tralascerei l’interpretazione mefistociofechica di Connie McFarland, nel ruolo della nemesi di Josh, il cui trucco da baldracca zombi affogata nel cerone credo sia il peggiore di sempre. Le chicche sono però da ricercare nel settore del make-up; le pietanze verdognole hanno un loro perché mentre i mascheroni dei goblin, a cura di Maurizio Trani, sono così obbrobriosi e posticci da far passare i rettiloni giapponesi come manifesti del neorealismo. In fondo di horror c’è ben poco ma a Troll 2 va il merito d’aver accalappiato schiere di fan oltreoceano. Se non mi credete cercate il documentario The Best Worst Movie, girato nel 2009 proprio da Michael Stephenson, che esamina i fattori che hanno contribuito a trasformare l’abominio di Fragasso in una pellicola di (s)culto. Che il film abbia lasciato delle indelebili tracce sulla psiche del piccolo Josh è abbastanza chiaro. Voto: 5.5.

martedì 21 febbraio 2012

Paganini Horror (Luigi Cozzi, 1988)



Cast: Jasmin Main, Daria Nicolodi, Pascal Persiano, Maria Cristina Mastrangeli, Luana Ravegnini, Donald Pleasence
Durata: 80’
Genere: Horror
Paese: Italia
Voto: 7 della scala Trash

Ebbene sì, non erano dicerie quelle che etichettavano Paganini Horror come uno dei trash imperdibili per i filospazzaturai del cinema italiano. Credevo non ci fosse più spazio nel gotha della filmografia tricolore accanto a capolavori come La croce dalle sette pietre e Il Bosco 1, invece un posticino di riguardo riesce (in)decorosamente a ritagliarselo questo film a dir poco raccapricciante. Una band rock all-women vive un periodo di crisi a causa di una forte carenza di idee - e soprattutto di talento - fin quando l’amico Daniel riesce ad accaparrarsi, con un accordo degno del Faust, uno spartito composto niente popò di meno che dal musicista Nicolò Paganini. Senza esitare il gruppo opta per una revisione del pezzo in chiave rock ambientando il video nella villa appartenuta proprio al celebre violinista, ma lo spirito di quest’ultimo, addobbato come il fantasma dell’opera alla corte del Re Sole, è pronto a mietere vittime. Credo nella buona fede del regista Cozzi (il suo filtro blu è come la steadycam per Marfori) che ha visto dilapidarsi il budget per il casting (anche se non si direbbe ma alcuni attori sono di calibro) e le scenografie, consistenti in un’accozzaglia di tende e manichini. Spesi tutti i soldini il produttore avrà poi scelto di rinunciare ad uno sceneggiatore dato che gran parte del film si basa su un andirivieni infinito tra l’esterno e l’interno della dimora. All’esterno con i protagonisti che invocano a gran voce amici che non faranno mai più ritorno: “Daaaaaaaaaaaaaaaaaaniellllllllllllllllllllll”, “Kaaaaaaaaaaaate”, “Daaaaaaaaanieeeeeeeeeeeeeel”, “Kaaaaaate” e mai domi “Proviamo a chiamarli di nuovo”, “Daaaaaaaaanieeeeeel”, “Kaaaaaaaaaate”. All’interno con momenti di rara beltà trash quando dinanzi ad amici in avanzato stato di putrefazione c’è chi sciorina una prognosi da Discovery Channel: “Questa muffa la conosco… è un fungo che cresceva soltanto nel ‘700, su alcuni tronchi del Nord Europa che servivano a produrre i violini più pregiati come gli Stradivari”. Madre de dios. E questa è soltanto una delle gemme rilasciateci da dialoghi mai sopra le righe (nooo mai), con disquisizioni su palesi alterazioni spaziotemporali e innumerevoli spiegoni a ribadire concetti compresi dopo la prima scena – come a dire “Spettatore hai capito cosa sta succedendo?? Perché te lo spiego di nuovo!!”. Lo spauracchio di Paganini che, colpito da un raggio di sole, si scioglie come un vampiro qualunque è un finale degno di questo capolavoro del non sense. Voto: 7

domenica 19 febbraio 2012

Quarantena 2: Terminal (John Progue, 2011)



Genere: Horror

Durata: 80’

Paese: USA

Voto: 5.5

Dopo l’algido copia e incolla del primo capitolo ai danni di REC tutti s’aspettavano un ovvio remake senza spessore del suo sequel e invece Quarantena II prende tutt’altra strada, discostandosi immediatamente dal prototipo iberico. Siamo su un aereo e, tra i pochi passeggeri presenti, un tizio viaggia in compagnia di alcuni criceti ecuadoregni che a sua insaputa (o forse no) sono portatori di un virus capace di trasformare l’essere umano in uno zombi rabbioso e dinamico; in verità più stile 28 giorni dopo che alla REC. Al regista non interessa il quadro psicologico dei personaggi - liquidato nei primi dieci minuti dove ognuno accenna al suo passato o ai progetti futuri in modo fastidiosamente didascalico – ma soltanto lo sviluppo horror/action della trama, che può dar finalmente fiato alle trombe quando un obeso sudaticcio, morso da uno dei criceti, inizia a sbavare e vomitare copiosamente finendo per aggredire i membri dell’equipaggio. L’aereo, dirottato suo malgrado verso un vicino aeroporto, “scarica” i suoi passeggeri in un gate dove poter raggiungere l’agognata salvezza. E invece no! Il gate è prontamente messo in quarantena perché nel frattempo il virus si è sparso in altre metropoli. Uscirne vivi sarà un’impresa. In questo film, dal taglio maledettamente televisivo, a salvarsi sono l’idea di ambientare il tutto in un aeroporto e il coraggio di fondo nell’affrontare un genere ricco di trappole, ma si pecca vistosamente nel creare la suspense (regia non pervenuta e colpi di scena bruciati da inquadrature matrimoniali) risultando, in più, irritante quando fa capolino quella furbizia sgamata nell’usare congegni narrativi già visti altrove. Da un lato si è tentati nel classificare Quarantena 2 quale prodotto dignitosamente di serie B, dall’altra si ha paura di etichettare come godibile un collage di luoghi comuni, tanto pieno di bava quanto purtroppo privo di sangue. Voto: 5.5.

giovedì 16 febbraio 2012

Hellraiser: revelations (Victor Garcia, 2011)




Genere: Horror

Durata: 75’

Paese: Usa

Voto: 4.5

Dal challenge delle saghe infinite sbuca il nono capitolo di Hellraiser, franchise inizialmente tra i più riusciti, ma indubbiamente nel tempo meno affascinante dei vari Nightmare o Venerdì 13. Chi ha voluto aggiungere un ultimo tassello alle vicissitudini del mefistofelico Pinhead risponde al nome di Victor Garcia. “Victor chi??” vi starete chiedendo. Beh a tale domanda neanche il sottoscritto ha saputo controbattere, ma pare che questo Garcia abbia passato la vita a creare esseri di gomma per la Filmax. Non è Wes Craven insomma (fortunatamente aggiungerei). A dargli manforte alla sceneggiatura c’è un tale Gary J. Tunnicliffe che a questo punto additerei quale autore di questo pasticciaccio, scagionando l’ignoto Garcia che se la cava sufficientemente. Infatti se nei primi 15 minuti la trama sembra avere le idee chiare mostrandoci i due scavezzacolli Nico e Steven fuggire in Messico in cerca di sballo, per renderci partecipi prima dell’uccisione di una prostituta e poi del risveglio di Pinhead a causa del consueto magic box, quando Steven torna a casa sotto shock, portando con sé il Male in persona, il plot s’accartoccia bruscamente. La storia a questo punto vorrebbe imboccare diverse strade narrative. Peccato che le imbocchi tutte contemporaneamente… e contromano; c’è un po’ di dramma familiare, con tanto di corna trasversali, un ragazzo che imbraccia un fucile tenendo sotto scacco i propri cari, che fa molto Bowling a Columbine, e infine udite udite c’è anche l’horror, racchiuso nelle poche apparizioni del povero Pinhead che ha la faccia di chi vorrebbe dirci “Ehy nel titolo c’è il mio nome, ve ne siete accorti???”. Per fortuna c’è un po’ di splatter nudo e crudo, per sfortuna si manifesta sempre allo stesso modo, ovvero sottoforma di uncini che squarciano le guance o il collo. Ma se a soffrire le pene dell’inferno sono degli attori credibili quanto un ristorante italiano a Pechino (tra tutti spiccano un pater familias monoespressivo e una donna che dall’alto dei suoi 30 anni dovrebbe interpretare la mamma di un venticinquenne) allora è tutto sangue che cola. Voto: 4.5.

martedì 14 febbraio 2012

Il Bosco 1 (Andrea Marfori, 1986)




Cast: Coralina Cataldi Massoni, Diego Ribon, Luciano Crovato, Elena Cantarone, Stefano Molinari

Genere: Horrortrash

Paese: Italia

Durata: 82’

Partito ufficialmente alle calende di febbraio il primo “Horror Trash Contest” in casa Masturzo: a lanciare la sfida ad Andolfi e al suo La croce delle sette pietre è Andrea Marfori, che dopo essersi accaparrato oltreoceano una steadycam a buon mercato, decide di portarla in Italia e usarla a cazzo girando contemporaneamente il suo debutto ed addio alle scene. Il Bosco 1 nasce come tributo all’horror La Casa (la steadycam non è casuale) e, visto l’assurdo titolo, anche come pretestuoso capostipite di una saga che purtroppo (ebbene sì, purtroppo!!) implode dopo appena un capitolo. Eppure di carne a cuocere ce n’è parecchia. L’incipit, di quelli impetuosi, ci conduce in un casolare dove una giovane donna – ammaliante come un opossum – prima seduce e poi evira un ragazzotto ignaro che tra le gambe della tipa risieda una mano demoniaca invece della più classica vagina. Poi l’azione (in senso lato) si sposta su una coppia in vacanza sulle Alpi; l’aitante Tony e la dinoccolata Cindy, che “l’impercettibile” accento ci suggerisce quale americana, sono di ritorno da Venezia e hanno intenzione di trascorrere un tranquillo soggiorno a base di pesca, relax e demenza puerile. Il paesino pronto ad ospitarli è tra i più desolanti dell’universo e inoltre detiene il record minimo di densità popolosa: 2 abitanti su svariati ettari di superficie. Se poi i 2 abitanti risultano l’uno, lo Stephen King dei poveri, l’altra, l’opossum demoniaco dell’incipit, allora il primato è ancor più singolare. Ma Tony e Cindy, fieri baluardi dell’ingenuità, s’affidano prima allo scrittore in erba, che nonostante sembri un incidente frontale tra James Bond e il Barone Rosso, sembra voglia metterli in allerta, poi alla donna dal naso aquilino che promette loro di condurli in un affascinante chalet. A questo punto Marfori compie il capolavoro, un colpo da biliardo destinato a proiettarlo nell’olimpo dei cineasti pluridecorati: l’horror, presentatoci irruentemente nella prima scena, scompare per cedere il passo ad un suggestivo documentario sul trekking di 35 minuti. Il regista, ricordandoci perennemente l’affarone della steadycam, ci lascia in compagnia dei protagonisti e ci invita ad accompagnarli all’estenuante ricerca del tanto decantato casolare. Una mezzoretta abbondante tra vialetti, foglie, rami e ancora vialetti, foglie e rami. Al calar delle tenebre la coppia, coadiuvata dall’opossum in calore, giunge a destinazione, ovvero una stalla fetida e umidiccia dove, suggellata la vera natura della terza incomoda, la trama scioglie i suo nodi narrativi. Dal nulla sbuca l’evirato della prima scena, che tramutatosi in un rapidissimo zombi, ha intenzione di trasformare il bosco (1, ovviamente) in un terreno di caccia. Ecco il delirio irrompere in una sceneggiatura sin qui lineare: chi impazzisce, chi si trasforma in un vampiro, chi s’improvvisa eroe rimettendoci le penne e chi fugge a zig zag. Tutto è ridondante, sopra le righe. I momenti cult vanno susseguendosi senza sosta. Lo zombi con un masso amputa di netto le mani al ragazzo che di lì in poi, per camuffare ai nostri occhi la mutilazione, gira per il bosco con dei polsi di mezzo metro. La fidanzata, evitando di chiedere lumi sull’accaduto, prova a cauterizzare le “ferite” con un po’ d’acqua (le testuali parole “Vado a prendere un po’ d’acqua fresca” fanno rabbrividire il “Ma quaggiù è buio” di Schettino). E non è ancora nulla se poi vediamo: 1) Tony, senza mani, che attende tranquillamente l’arrivo dell’acqua fresca 2) la fanciulla che costruisce con delle torce una roccaforte, espugnabile dall’ultimo arrivato 3) lo zombi che arpiona Cindy con una canna da pesca 4) la testa decapitata di Tony con in bella mostra l’etichetta della parrucca e 5) il gran finale con la sconfitta del mostro perpetrata col riflesso in uno specchietto. Da non sottovalutare il sottofinale che preannuncia un sequel che spero a distanza di 26 anni qualcuno si prenda la briga di girare. E’ un gran bel trash Il Bosco 1, che nonostante un budget considerevole, resta comunque una spanna sotto La croce delle sette pietre del maestro Andolfi. Non oso immaginare cosa sarebbe successo se ad acquistare quella steadycam fosse stato proprio Eddy Endolf!! Voto: 8

domenica 12 febbraio 2012

I spit on your grave (Steven R. Monroe, 2010)




Cast: Chad Linberg

Genere: Horror Revenge

Durata: 110’

Paese: Usa

Voto: 6

Giovane scrittrice in cerca d’ispirazione affitta un’enorme baita in una landa desolata. Il paesaggio non è malaccio. Il grande problema risiede nelle poche persone che lo abitano: tutti con qualche rotella fuori posto. Ma la ragazza è sin troppo eccitata per percepire il principio di tragedia innescatosi. Infatti mentre noi spettatori abbiam già fiutato l’andazzo, e ci chiediamo come faccia la tipa a “cercare l’ispirazione” tra cigolii sinistri e tetri casolari, ecco irrompere il dramma nelle vesti di 4 teddy boys (uno di essi è il classico scemo del villaggio sessualmente turbato). Il motivo di quella che certamente non è una visita di cortesia è presto intuibile, ma i ragazzacci perdono tempo nel manifestare il proprio ego, tra canne di pistola infilate in bocca e umiliazioni verbali, facilitando la fuga della ragazza che, raggiunto il bosco adiacente, si imbatte nello sceriffo locale. Sospiro di sollievo??? Sti cazzi!! Il braccio violento della legge è in realtà il mammasantissima di tutti gli squilibrati e dopo aver riaccompagnato la ragazza alla baita dà inizio al secondo tempo della vessazione. Si parte con lo sverginamento del mentecatto per finire con la sodomia irreversible dello sceriffo. La scrittrice, ridotta a uno straccetto, si dirige zombescamente verso un ponte e in barba agli aguzzini si getta nel fiume. Sarà morta? Chi lo sa! Nel frattempo si fanno scomparire le prove e lo sceriffo torna tra le mura domestiche dove si mostra quale padre amorevole e responsabile. Ma la legge del taglione è dietro l’angolo. La ragazza risorge dalle acque come l’araba fenice e, mettendo in atto delle torture che a confronto Jigsaw è un misericordioso principiante, uccide i suoi stupratori. C’è chi affoga nella soda caustica, chi diviene un banchetto per corvi e chi si ritrova senza denti e con il birillone nella faringe. Il dessert è la canna di un fucile su per il culo dello sceriffo. In un paese, dove nessuno si chiede niente, giustizia è fatta. Peccato che la trama per quanto credibile e inquietante nella prima oretta prenda una piega assurda nella fase revenge; una lady vendetta capace, a poche ore da uno stupro inumano, di mantenere la stessa freddezza di Valentino Rossi al cavatappi di Laguna Seca, appare fantascienza allo stato puro. Il regista sembra divertirsi troppo nel costruire le torture scaraventando l’istinto omicida della giovane fanciulla nel baratro dell’autocompiacimento e inchinandosi ai canoni del moderno torture porn. Film sadico al punto giusto ma negli intenti trito e ritrito. E poi vogliamo elencare i luoghi comuni?? Sceriffi psicopatici, cellulari rotti, meccanici bifolchi e via dicendo? Il titolo vuol dire letteralmente “Io sputo sulla tua tomba”. Voto: 6.

giovedì 15 dicembre 2011

The Human Centipede II: Full Sequence



Genere: Horror
Durata: 85’

Lo spunto è interessante: Martin, un essere squilibrato che a confronto il complessato Robertino di Ricomincio da tre è il massimo esponente della sanità mentale, è ossessionato dal film The Human Centipede che guarda e riguarda all’infinito. In vena di emulazione e (in quanto) custode di un garage sotterraneo, stordisce a suon di piede di porco innocenti vittime da segregare in un lurido e spartano capannone, dove portare a termine il sadico esperimento parzialmente fallito dal protagonista del primo capitolo (egli si era fermato ad un “dodicipede”). A seguito di un incipit metacinematografico davvero figo, il film - girato in un bianco e nero ma furbo – sprofonda nella sagra dell’insostenibile fine a sé stesso (non nell’accezione negativa del termine) dove a vincere quantitativamente non è il sangue ma la merda di cui i vagoni del centipede sono costretti a cibarsi pur di sopravvivere. Uno schifo da cesso di stazione suburbana. Eppure il vero senso di ribrezzo lo si prova alla visione dell’immondo protagonista, spesso con indosso uno striminzito slip nel tentativo di rendere (im)pudico un ammasso di carne geometricamente indefinibile. In sostanza è lui l’elemento nauseante dell’opera, ultima ruota del carro di una società che esclude a prescindere chi disturbato lo è veramente; nozione etica comunque troppo semplicistica per una trama esilissima e nettamente inferiore a quella sfornata dal suo predecessore. Raccapricciante sì, ma un bicchier d’acqua se paragonato a A serbian Film. Voto: 6.

giovedì 1 dicembre 2011

10 horror “invisibili” del 2010



Per chi ama il circuito dei film dispersi ecco una lista dei 10 prodotti horror più interessanti del 2010 ignorati dalla distribuzione italiana. Tutti ovviamente sottotitolati.

The Loved Ones: ecco le conseguenze del dare un palo alla ragazza più brutta della scuola (che in realtà non è affatto male!!). Avete mai visto inchiodare un pene alla sedia? Beh fortunatamente è una minaccia che rimane tale. Voto: 8.5.
Cabin Fever 2: da una fusione tra gore e pop nasce una nuova idea di cinema “horrorifico”. Teorema ben applicato di come si possa ridere e rabbrividire osservando la medesima immagine. Voto: 9.
Carriers: la paura del contagio ci trasforma in orribili bestie, nessuna pietà per i propri cari. Un 28 giorni dopo meno movimentato ma altrettanto cinico (direttamente in Dvd). Voto: 8.
Rammbock: dalla Germania 60 minuti amarcord per gli amanti dello zombie movie. Frizzante e genuino come pochi, con un colpo di coda romantico (!!). Voto: 9.
F: ragazzi incappucciati uccidono senza alcun nesso in una scuola americana. Atmosfere algide per un piccolo capolavoro di regia alla Them. Voto: 7.5.
Frozen: l’unico dei 10 uscito al cinema. Dopo Open Water e The Canyon il survivor horror s’arrampica su una sinistra seggiovia. Un freddo boia, altro che pelle d’oca. Voto: 7.5.
The Human Centipede: horror raccapricciante per sadici cinefili. Cosa accadrebbe se unissimo tre esseri umani per creare un simpatico millepiedi?? Voto: 8.
I Spit on your grave: il più classico dei revenge movie. Prima lo stupro poi la vendetta ma i metodi con i quali viene applicata quest’ultima sono più che affascinanti. Voto: 6.
A Serbian film: il film che ha sconvolto i festival di tutto il pianeta. Accusato di pedopornografia merita di essere visto per un semplice motivo: a confronto Saw e Hostel vi sembreranno dei film della Disney. Voto: qualsiasi voto comporterebbe una denuncia.
Bitter Feast: mai, dico mai, umiliare uno chef dinanzi a centinaia di spettatori. Come si sa la vendetta è un piatto che va servito freddo. Voto: 7.

giovedì 27 ottobre 2011

The Loved Ones (Sean Byrne, 2010)



Cast: Xavier Samuel, Robin McLeavy
Genere: Horror
Durata: 85’
Paese: Australia
Voto: 8.5

Forse il miglior horror 2010. Suggeritomi dagli immensi “operai” di Nocturno, The Loved Ones è il perfetto incrocio tra la pazzia familiare di Non aprite quella porta e la repressione sessuale di Carrie – Lo sguardo di Satana, entrambi abbattutisi sul povero Brent, belloccio di turno sì ma del tutto in balia di un ineluttabile senso di colpa, ovvero l’aver causato la morte del padre. La sua vita da ignavo, tra l’amore della fidanzata e un incolmabile vuoto, sterza bruscamente quando il padre di una ragazzina sociopatica (a cui Brent ha negato un invito al ballo della scuola) decide di rapirlo. Sedato e vestito a festa, il giovanotto si risveglia nel bel mezzo di una cenetta presieduta proprio dall’allegra famigliola composta dalla ragazza, il padre e la madre lobotomizzata. Le sevizie, accompagnate dalle atmosfere patinate di un parallelo ballo di fine anno, si succedono tra chiodi fissati nei piedi e incisioni sulla pelle per culminare in una goffa trapanatura mirata a ridurre il ragazzo ad un vegetale, quest’ultima tesa a svelare un retroscena narrativo fondamentale per l’itinerario emotivo della vittima. Raccontato così può sembrare il classico torture porn che attinge spudoratamente dai classici anni 70 ma visto l’effetto non sa per nulla di deja-vù. Contribuiscono le prove impressionanti degli attori ma risultano determinanti le caratterizzazioni dei singoli passaggi: il rapporto incestuoso tra padre e figlia, la resurrezione psicologica di Brent e lo scontro finale sulla strada che chiude il cerchio in maniera geniale. Gustoso e terrificante, come non accadeva da tempo. Voto: 8.5.

domenica 9 ottobre 2011

Ho vissuto il mio medioevo ma ora sono rinato



A tu per tu con Domenico Melisi, il clown triste di Rewind
A cura di Tommaso Bassiena

Incontenibile simpatia, sorriso malizioso e una faccia da schiaffi su un corpo che ammicca ai prorompenti canoni lasciatici dall’antica Grecia. Tanti, troppi punti di contatto con il “maledetto” Robert Downey Jr., dallo stesso Melisi identificato come guru e modello da seguire, non fosse altro che ad accomunarli c’è un passato costellato da bravate e scelte etiche ai limiti del sopportabile: l’alcool, 27 giorni in una fetida cella di San Vittore e i continui via vai dai centri rehab di Ercolano. Ferite al tempo laceranti, oggi presentatesi quali vive cicatrici quando Domenico ci accoglie nella sua umile dimora stabiese; è in bermuda e ciabatte, sorriso straniante e un ciuffo insolitamente trasandato. Un fisico ancora impeccabile in linea con la recente parentesi da testimonial per Gaultier. S’affretta a nascondere una bottiglia di whisky quando ci lascia accomodare in cucina, è solo e sulla tv scorrono le immagini di un vecchio film di Totò, “L’avrò visto milioni di volte” ci tiene a sottolineare; un’affermazione estemporanea tesa a scoperchiare le sue celebri radici comiche, le stesse che nelle battute finali del XX° secolo gli hanno valso svariate partecipazioni a demenziali sitcom nostrane. Ed è per questo che ci spaventa il suo atteggiamento dimesso. Dov’è finita l’esplosiva verve ammirata in Natale al Circeo e Friends without benefits? Domande, paure, inquietanti preoccupazioni spazzate via in un attimo quando l’intervista comincia e il ragazzaccio dell’Annunziatella rispolvera un’ironia straripante. Un sospiro di sollievo sembra riecheggiare tra le pentole incrostate. “Bentornato Domenico” gli grido silenziosamente, che sia l’alba della riscossa.

Perché hai scelto di interpretare un ruolo fuori dalle tue corde?
Suppongo sia stato un bisogno fisiologico, nel senso che intrappolato in questa maschera di attore comico ho cominciato a pensare di non saper far altro e quindi ho ben pensato di mettermi in gioco ancora una volta dopo i miei trascorsi che tutti voi ben sapete... l'alcool, la droga e il famoso incidente con la torta sbriciolona.

Voci di corridoio ti vogliono quale grande estimatore del cinema espressionista tedesco...
Beh non è un mistero insomma, la mia stessa comicità pone le sue fondamenta tra i grandi classici tedeschi del '33 senza disdegnare le forme più pure di espressionismo... porto come esempio Cabinet des Dr. Caligari opera di pregevole fattura, fino a sforare nel cinema russo de La corazzata Potëmkin, film dal quale ho tratto ispirazione per questo mio ultimo lavoro.


Come è stato lavorare sul set in perfetta solitudine?
Ma vede io quando lavoro non sono mai solo, cerco di immaginare nella scena con me i gradi maestri del passato che come dei silenziosi ciceroni mi spingono a interpretare il ruolo nel modo più consono possibile. Questo porta certamente confusione tra me e i miei collaboratori non ultimo il regista che spesso e volentieri era costretto a partecipare a queste mie conversazioni immaginarie per decide come impostare la scena.

La scena della sparizione della bottiglia è stata girata ben 372 volte. Nell'era del digitale rinunciare agli effetti speciali è una scelta nobile e alquanto insolita...credi che tornare ad un'idea "classica" di cinema sia una mossa vincente?
Questo è un falso storico, io non sono mai stato contro l'effettistica, penso invece che l'uso pedissequo di questa tecnologia abbia col tempo assuefatto lo spettatore, che perde di vista la sinossi della scena e di conseguenza ha costretto gli sceneggiatori a depauperare le loro trame per meglio adattare le storie in favore della spettacolarità. In generale penso sia uno strumento delicato e che debba essere usato con parsimonia, quest'ultima opera usa piccoli effetti speciali per potenziare il significante della scena non per spettacolarizzarla...

Una performance cupa e angosciante. Si narra che dopo il termine delle riprese tu abbia sofferto di insonnia per più di una settimana...
Non posso negarlo (sorseggia una tisana, ndr) del resto sono notizie trapelate giorni fa direttamente dai miei medici i quali si trovano adesso a dover rispondere penalmente per questa mancanza di privacy. Detto questo posso giustificare la cosa solo ammettendo una mia particolare delicatezza; il film è per tutti e tutti possono emozionarsi senza incappare nelle mie problematiche, derivanti comunque dai miei problemi passati che forse la critica ha gentilmente omesso, problemi che mi hanno fruttato il nomignolo di "mesto arlecchino"
Quant'è difficile convivere con un produttore esigente come Umberto De Giuseppe?
Molto... è un rapporto a volte sfiancante, bisogna ogni giorno combattere con la pochezza delle sue idee e anche per il regista non è stato semplice adattarsi ai ristretti mezzi messi a disposizione dal De Giuseppe. Tuttavia la produzione non ne ha risentito molto, sono state fatte scelte cinematografiche che definire vintage sarebbe un futurismo...ma queste sono problematiche di cui parlare in altra sede ora risulterebbero sterili polemiche che abbruttiscono solamente l'evento dell'uscita della pellicola

Mai accreditato di un flirt, mai su un tabloid, mai in una trasmissione della D'Urso. E' vero che da quando hai abbracciato la Fede hai giurato eterna castità?
In realtà ho un rapporto conflittuale con la mia vita privata, cerco di tenere quanto più possibile segrete le mie cose... per rispondere più completamente ti dirò che ho abbracciato la fede sperando si concedesse almeno lei, così non è stato, sembra piuttosto che il genere femminile abbia fatto questa promessa nei miei confronti.
Ma mi resta la Speranza...vediamo se almeno lei me la dà.

Progetti futuri?
E’ presto per parlare del futuro, sono ancorato al presente più che mai, non nego di aspettare il giudizio della critica per vedere se è il caso di proseguire sulla falsariga del cinema serio e d'autore o tornare al primo amore e proseguire la mia professione di intrattenitore comico, in questa pausa forzata bevo molto fumo peggio e mangio come non ci fosse un domani, se la mia vita sregolata non mi accoppa prima mi rivedrete presto in qualche altra produzione.

martedì 12 aprile 2011

Piranha 3D (Alexandre Aja, 2010)



Cast: Steven McQueen, Elizabeth Shue, Ving Rhames, Christopher Lloyd, Richard Dreyfuss
Genere: Horror subacqueo
Durata: 90’
Paese: Usa
Voto: 7

Cosa ci fanno i sogni di milioni di teen-agers proiettati sul grande schermo?? Nessuno poteva immaginare che un bel dì un regista francese avrebbe dedicato un film allo spring break, la mitica festa di primavera made in Usa fatta di festini, contest di Miss maglietta bagnata, canne e orge siliconate. Il tutto approfittando di un titolo che rimanda a quei bastardi pescioni inventati da Joe Dante sulla scia dello squalo spielberghiano. Lo script non ha nulla da dire poggiando le proprie sorti su una batteria di personaggi tutti secondari; dalla poliziotta adrenalinica al regista hardcore passando per l’imbranato innamorato. Ma in fondo ad Aja non interessa la trama, basta infatti sottolineare la scusa (una scossa tellurica) adoperata per liberare i voracissimi piranha da un lago sotterraneo. Il baraccone va avanti per eccessi tra poppe al vento e sniffate di coca concedendosi inoltre due camei illustri: nell’incipit a rimetterci le penne è Richard Dreyfuss che pare dar vita alla sua versione pensionata del personaggio interpretato in Lo squalo mentre ancora più spassoso è l’intervento di Doc Christopher Lloyd impegnato nell’esplicare improbabili teorie tecniche che soltanto uno spensierato McFly avrebbe potuto comprendere a pieno. Messa su questi binari il film sembra un parziale disastro, sceneggiatura assente, attori ridotti a comparse e il solito trionfo di una gioventù fannullona. Invece è nei minuti finali che scopriamo il vero fine dell’intero progetto: una lunga scena che definire splatter sarebbe più che riduttivo. L’assalto dei Piranha (purtroppo più digitali del ricevitore terrestre) tra le acque di Lake Victoria è un massacro di raro effetto visivo. Smembramenti, arti strappati via e corpi ridotti letteralmente all’osso ci ricordano quale sia la differenza tra terrore e orrore. In più una sottile metafora: il gruppo dei piranha si dimostra molto più affiatato di quello dei giovanotti sballati che albergano a pelo d’acqua. Voto - 7

sabato 5 febbraio 2011

Le cocenti delusioni del 2010



Robin Hood: tutti, dagli addetti ai lavori ai semplici spettatori, attendevano un clone de “Il Gladiatore”. I primi a mo’ di critica, i secondi con una speranza di bis nel cuore. Invece Robin Hood ha deluso entrambi. Come è possibile? Chiedetelo a Ridley Scott. Per una settimana il vero principe dei ladri è stato il cassiere del cinema.

L’ultimo dominatore dell’aria: qui Shyamalan è effettivamente indifendibile. Sarà che i suoi precedenti capolavori mi hanno ben viziato, ma l’unica domanda che riesco a porre ora è Perché???

Io, loro e Lara: qualcuno fermi Verdone. Non basta abbozzare una simpatica sceneggiatura per battere i proseliti di De Laurentiis. I suoi ultimi personaggi sono banali macchiette che al termine di un percorso per nulla veritiero hanno anche il coraggio di sfoggiare una morale.

Alice in Wonderland: i fan di Tim Burton amerebbero i suoi film anche se fossero incentrati sulle gesta di un caterpillar in calore. Chi ama il cinema tout court si è rotto invece le palle di vedere Johnny Depp ridotto a un ammasso di smorfiette e sorrisoni stranianti.


Shutter Island:
al di là di una performance stratosferica del maturo Di Caprio resta un film scritto a tavolino. Scorsese riduce l’horror a un artificioso meccanismo piazzando l’oramai logoro colpo di scena ribaltatore, ma l’invenzione figlia del “sesto senso” ha fatto già il suo tempo.

Somewhere (Sofia Coppola, 2010)



Cast: Stephen Dorff, Elle Fanning
Genere: Commedia
Durata: 97’
Paese: Usa
Voto: 7

Il cinema di Sofia Coppola lo si ama o lo si odia. I suoi film, senza una trama classica, ma ricchi di silenzi, sguardi, particolari, da anni fanno letteralmente scervellare i critici del globo cinematografico. Somewhere è l’ultima delle tappe di un astratto ma autobiografico percorso iniziato con Lost in Translation (escluderei Il giardino delle vergini suicide) e rincarato dal pop frivolo di Maria Antonietta. Ora sta a noi spettatori capire, percepire il senso di un modus operandi apparentemente vacuo che esclude a priori intrecci o colpi di scena, scegliendo di immergerci a fari spenti in un rapporto padre - figlia scandito da piccole intese e gesti delicati (mangiare il gelato sul letto o giocare insieme alla Wii) con una piccola intrusione nel nostro amato Stivale dove l’apparizione di Joker/Simona Ventura sottolinea quanto alla Coppola piaccia parlare della vita mondana di chi nei soldi ci sguazza con conseguente disorientamento morale (e ogni sua opera lo conferma). Al posto di Stephen Dorff potrebbe esserci stato chiunque perché la performance di un attore che interpreta sé stesso conta poco mentre una domanda nasce spontanea alla vista della piccola Elle Fanning (sorella di Dakota!!): come cazzo si fa a essere così bravi a quell’età?? E’ un film dove accade ben poco ma che non annoia, bensì approfitta del nulla per far riflettere. Un paradosso dettato da una furba trovata o dal desiderio di raccontare l’essere umano fuorviando il frastuono del cinema moderno? Ecco un’altra bella domanda. Voto: 7.

Da vedere con Stephen Dorff: Cuba Libre – La notte del giudizio (1993), Blade (1998), Nemico Pubblico (2009)
Da vedere con Elle Fanning: Babel (2006)

venerdì 28 gennaio 2011

127 ore (Danny Boyle, 2010)



Cast: James Franco
Uscita al cinema: 25/2/2011
Genere: Drammatico
Durata: 92’
Voto: 7.5

Tratto da una storia vera. 2003: l’escursionista Aaron Raltson nel corso di una visita solitaria al Grand Canyon (precisamente nel Blue John) resta bloccato in un crepaccio, con una mano sotto un enorme masso. Una borraccia d’acqua, una fune, un coltellino cinese (spuntato) e una videocamera, quest’ultima a filmare e testimoniare le 127 ore di infinita agonia che condurranno ad una drastica e inconfutabile scelta: l’amputazione del braccio. Ora se questo film lo avesse girato un regista alla Lasse Hallstrom i limiti del patetismo sarebbe stati oltrepassati senza alcun pudore, ma dato che il cineasta in questione risponde al nome di Danny Boyle (Trainspotting, 28 giorni dopo, The millionaire) gli spettatori possono tranquillamente accomodarsi in poltrona senza correre il rischio di incappare nel diabete. Come in tutti i suoi prodotti il regista britannico compie l’80% del suo lavoro in cabina di montaggio: illusioni, mondi onirici, split screen e una scena in rewind (trovata presente anche nel finale di The millionaire). Ma la vera sorpresa veste i panni del Tristano James Franco che, nonostante l’odio premeditato dei critici di mezzo mondo, si carica sulle spalle un’interpretazione per nulla semplice, ebbra di sofferenza e lucida follia (emblematica la scena della finta auto-intervista) evitando cadute nel baratro dell’overacting. Insomma 90 minuti di ottimo cinema claustrofobico dimenticando gli intrecci compiaciuti di Buried – Sepolto (2010), e con un messaggio bene in vista: quando dovete avventurarvi per un’escursione solitaria ricordate di lasciare un biglietto con su scritto dove cavolo siete andati!!! Voto: 7.5.