venerdì 4 maggio 2012

Rabies (Aharon Keshales, Navot Papushado, 2010)


Cast: Lior Ashkenaz, Danny Geva, Ania Bukstein, Menashe Noy, Ran Danker
Durata: 91’
Genere: Horror
Paese: Israele
Voto: 7
Quattro spiantati tennisti, diretti ad una partita tra amici, smarriscono la retta via all’interno di una riserva per volpi; come se non bastasse investono un uomo, malridotto già di suo, che sostiene di essere alla ricerca della fidanzata, reclusa da uno sociopatico vestito da meccanico. La tesi si mostra alquanto veritiera perché il millantato killer esiste, tanto da essersi repentinamente guadagnato le attenzioni belligeranti di un cacciatore con cane-lupo a seguito. Nel frattempo irrompono in scena 2 poliziotti, l’uno perverso molestatore l’altro inebetito da un rapporto sentimentale unilaterale, che contribuiscono nel far degenerare la situazione. Insomma è abbastanza complicato riassumere la trama, e non è un caso perché proprio su tale punto verte il progetto della coppia di registi. L’idea è quella di affrontare lo slasher movie abbandonando i soliti cliché da manuale, e per farlo Keshales e Papushado mettono sul piatto un’inarrestabile sequela di avvenimenti nefasti (molti del tutto casuali). Il risultato è un gustoso sovraccarico di passaggi narrativi scandagliati per alimentare la tensione (trappole per orsi, campi minati) o per tracciare un profilo emozionale (amicizie tradite, traumi infantili), con il fine ultimo di alimentare e giustificare la rabbia (dilagante) del titolo. Il vero colpo di genio è lo snaturamento del ruolo del killer che in qualsivoglia slasher fa da cardine al plot mentre qui veste i panni di un tassello del mosaico, tanto da scomparire quasi subito (riapparendo nel finale) per far spazio alla follia dei restanti coprotagonisti, tutti personaggi inizialmente con le rotelle a posto ma ben predisposti ad esplodere dinanzi al primo scossone psicologico. I registi israeliani centrano quindi il bersaglio, anche se è doveroso sottolineare la presenza di dialoghi inverosimili (vedi il finale: è mai possibile che una pallina di tennis possa ridurti in quello stato??) e una chiusura che nella sua straniante passività vorrebbe sembrare molto cool, senza esserlo neanche un po’. Ma ad avercene di film così, pronti a riallacciare quel rapporto col genere slasher oramai alla deriva, che per anni mi han fatto additare Jason come la causa di tutti i mali.   Voto: 7.      

domenica 29 aprile 2012

Dream House (Jim Sheridan, 2011)


Cast: Daniel Craig, Rachel Weisz, Naomi Watts, Marton Csokas, Elias Koteas
Genere: Horror
Durata: 91’
Voto: 5
Will Atenton (Daniel Craig), noto editore e scrittore, abbandona il proprio lavoro per dedicare maggior tempo alla famiglia. Cogliendo la palla al balzo ne approfitta per cambiare casa e per sviluppare, in una tranquilla realtà periferica, l’idea di un nuovo romanzo. Purtroppo negli States, come il cinema insegna, una casa su due è infestata; senza scomodare il sempiterno cimitero indiano qui ci troviamo di fronte ad un altro leit-motiv del genere, ovvero l’abitazione-recentemente-teatro-di-uno-sterminio-familiare. In questo caso a macchiarsi di tale scempio è stato il padre, rilasciato in fretta e furia dal manicomio e ora, a quanto pare, a piede libero. Dopo strani avvenimenti che scaraventano nel terrore la moglie (Rachel Weisz) e le due figliolette, Will, ulteriormente insospettito dal misterioso atteggiamento dei vicini (Naomi Watts e Marton Csokas), opta per la più ossidata delle indagini personali avventurandosi nel vicino istituto psichiatrico, dove suo malgrado dovrà tirar fuori qualcosa in più di un semplice scheletro dall’armadio. Come avete ben intuito qui c’è un altro classico partorito dall’horror del terzo millennio: il twist che ti costringe a rileggere e reinterpretare ciò che hai visto fino a quel punto. Il vero colpo di scena è che suddetta rivelazione giunge a metà film!! AVVERTO: NON CI SARANNO SPOILER. Un aficionado del genere come me si è chiesto a cosa sarebbe andato in contro dato che alla mercé della trama c’erano altri 45 minuti. L’ansia di un disastro ha ricevuto i suoi palliativi quando il tank narrativo ha imboccato la strada del dramma psicologico restando coerente ad un’idea di narrazione introspettiva. Poi in men che non si dica la tragedia. A 10 minuti dal termine, quando i giochi sembravano fatti e gli scheletri erano lì per rientrare nell’armadio,  sbuca un contro-twist assurdo ed orrendo che sembra uscito da un thriller di serie C scritto appositamente per Nicolas Cage. Come vanificare un’idea carina, anche se inflazionata, con un semplice colpo di coda?? Chiedetelo a Jim Sheridan, lo stesso autore di capolavori come The Boxer e In nome del padre. Oppure rivolgete la domanda a Elias “prezzemolino ogni minestra” Koteas, che appena mette piede in un horror riesce a rovinarlo in modo irreversibile. Voto – 5.

giovedì 26 aprile 2012

Pontypool (Brue McDonald, 2008)

Cast: Stephen McHattie, Lisa Houle, Georgina Reilly, Hrant Alianiak Genere: Horror Durata: 94’ Paese: Canada Voto: 7 Alla stazione radiofonica CLCI della tranquilla cittadina di Pontypool giunge il conduttore Grant Mezzy, noto come personaggio alquanto sopra le righe, soprattutto per le equilibrate dinamiche della trasmissione mattutina di cui sarà maestro di cerimonie. Grant riesce ad adattarsi agli schemi, ma improvvisamente un virus incontrollato si diffonde in città causando assurdi episodi di violenza culminanti, sporadicamente, in crudi atti di cannibalismo. Per Grant, barricato nella stazione con un’assistente e la produttrice del programma, non sarà un giorno come tanti altri. Quasi per intero ambientato nella stazione di cui sopra, Pontypool è un piccolo gioiello di scrittura e inventiva, che nel decennio del torture porn dove l’orrore, e non il terrore, ci è letteralmente sbattuto in faccia risulta quale voce fuori dal coro e in quanto tale prodotto da tutelare con i denti. A tratti E venne il giorno, in altri frangenti La città verrà distrutta all’alba questo a differenza dei due scegli per un’ora di nasconderci l’horror prettamente visivo, precipitandoci in un angosciante caos, tra telefonate e interventi radiofonici difficili per lo spettatore da catalogare come veritieri o non. In questo McDonald omaggia esplicitamente l’impresa che compì Orson Welles quando, rileggendo La guerra dei mondi, gettò una nazione nello scompiglio annunciando un’imminente invasione aliena. Dopo un giro di lancette che fanno gridare al capolavoro l’opera del regista canadese perde qualche colpo trasformandosi in uno zombi movie per poi tornare nuovamente nei ranghi della dialettica quando c’è da tracciare l’epilogo, quest’ultimo forse troppo ambizioso. Pontypool resta comunque un film prezioso, che ancora una volta ci mostra (come il bellissimo Them) i punti chiave per una perfetta produzione low budget, ricordandoci quanto per il cinema sia importante il “come” e non il “cosa”, e sottolineando inoltre il potere (qui mefistofelico) del racconto, e del mezzo tramite il quale esso si manifesta: la parola. Voto: 7.

giovedì 12 aprile 2012

Cannibal Ferox (Umberto Lenzi, 1981)



Cast: John Morghen (Giovanni Lombardo Radice), Lorraine de Selle, Zora Kerowa, Bryan Redford (Danilo Mattei), Robert Kerman
Genere: Horror Amazzonico
Durata: 92’
Paese: Italia
Voto: 6.5

Gloria (Lorraine de Selle), ricercatrice ed antropologa newyorkese, sbarca in Amazzonia con Pat (Zora Kerowa) e il fidanzato fotografo (c’è sempre un fotografo in queste spedizioni) per dimostrare che il cannibalismo non è altro che “un alibi creato dal colonialismo razzista” e al fin di “avere un solido sostegno alla tesi di laurea”(se oggi le tesi di laurea fossero così…). Meanwhile nella Grande Mela la polizia è sulle tracce di due spacciatori, guidati dal furbo Mike (Giovanni Lombardo Radice), fuggiti proprio sul Rio delle Amazzoni e interessati, questi ultimi, ad un carico di smeraldi da poter trafugare ai danni delle tribù locali. Dopo 10 minuti dove i protagonisti brancolano nella foresta, sintetizzando cotanto smarrimento in un “non potevamo andare ad Acapulco invece di questo posto di merda?”, il trio guidato da Gloria si imbatte proprio in Mike (quante possibilità ci sono che due persone di New York si ritrovino in una landa dispersa della Colombia?). Il dannato spacciatore non tarda a palesare la sua indole menzognera millantando d’esser aggredito da un gruppo di indios cannibali, a cui è scampato per miracolo. Il fascino di suddette dichiarazioni finisce per abbindolare l’arraPata Pat che, senza batter ciglio ma battendo come una mignotta, si lascia coinvolgere da Mike in un gioco al massacro da perpetrare ai danni dei poveri indigeni. Tale atteggiamento sobilla le maestranze indios finendo per accendere una rivolta che verrà consumata a suon di antropofagia (e qui la tesi di laurea va tranquillamente a puttane, eppure alla fine…). Sono passati due anni dall’uscita di Cannibal Holocaust e Umberto Lenzi, abituato a ben altri generi, ha l’arduo compito di non far rimpiangere il capostipite. E ci riesce alla grande perché se il prodotto di Deodato aveva sì il pregio di inaugurare il mockumentary con 20 anni di anticipo, peccava vistosamente in ritmo e fluidità narrativa. Lenzi al contrario adopera la trama da pretesto per un film rapido ed incalzante. Le torture inoltre non mancano di fantasia: evirazioni, ganci nelle tette e scotennamenti con tanto di buffet da far invidia a Mr. Lecter. Purtroppo da segnalare le sadiche cattiverie (solite del genere) ai danni di poveri ed indifesi animali, da condannare a prescindere, in questo caso inutili, ostentate e gratuite, e soprattutto forzate quando mostrano “lotte” impari tra animali. Sicuramente un prodotto shock che, anche a causa di questi martiri sopraelencati, è stato negli anni rinnegato da tutti gli attori e in primis da Giovanni Lombardo Radice, vero e proprio one man show dell’intera operazione. Voto: 6.5.

domenica 18 marzo 2012

The Dead (Ford Brothers, 2010)



Cast: Rob Freeman, Principe David Osei
Genere: Horror
Durata: 104’
Paese: GB
Voto: 8

Quando l’horror zombesco migra in Africa regna sempre il timore di doversi sorbire tediosi approfondimenti sulle vere origini dei cosiddetti morti viventi (radici da trovare nello specifico ai Caraibi), tra riti attorno al fuoco e macumbe allucinate dettati da uno stregone fuligginoso. Che The Dead sia ben altro lo si capisce sin dal prologo, eroico nelle sue venature western, dove un uomo silenzioso “sfida” uno zombie dinoccolato. Il tutto tra le dune del deserto. Incipit niente male. Ok ora arriveranno le famose divagazioni sugli usi e costumi locali, penserete. E invece no; siamo sì in un villaggio, ma nel bel mezzo di un attacco, una vera e propria carneficina con decine e decine di zombi a dividersi un lauto banchetto. Ci è andata bene ma ora devono per forza di cose arrivare le celebri divagazioni attorno al falò, o almeno un discorsetto con un tizio che sottolinea quanto sia pericoloso per un occidentale addentrarsi nei meandri del voodoo. No, semplicemente no. Nella terza scena siamo su una spiaggia africana dove un ingegnere militare americano, miracolosamente scampato ad un disastro aereo, prova ad aprire una cassa contenente armi e viveri mentre svariati living dead sbranano il suo collega. 15 minuti adrenalinici che da soli valgono più di due stagioni di The Walking Dead. Il resto del film è un affascinante viaggio al fianco dei due alleati per caso (l’ingegnere militare di cui sopra e un soldato del posto) alla ricerca della salvezza, e dei propri cari (metaforicamente e non), dove il ritmo compassato non risulta mai noioso ma anzi in linea con quel passo lento e angosciante che soltanto gli zombi romeriani sanno trasmettere. I due registi conoscono a menadito la lezione del regista di Pittsburgh; basta notarlo nei tanti omaggi, ma soprattutto in quel voltarsi sornione degli zombi al rumore di uno sparo in lontananza. Da pelle d’oca semplicemente per un rimando sottile agli aficionados del genere. Eppure non c’è mai sensazione di già visto o tentata scopiazzatura. Sebbene si possano tirare in ballo i vari Lucio Fulci e Vincent Dawn/Bruno Mattei, The Dead conserva un suo ammaliante canovaccio supportato dalla più suggestiva e potente delle scenografie: la natura, a dimostrare che con fotografia ed inventiva non tutti abbiamo bisogno di un Dante Ferretti nello zaino. Epilogo portatore di speranza, anticipato da un momento quasi fumettistico che mi ha fatto temere il peggio. Voto: 8.

sabato 10 marzo 2012

Delirio di sangue (Sergio Bergonzelli, 1988)



Cast: John Philip Law, Gordon Mitchell, Brigitte Christensen, Olivia Link
Durata: 88’
Genere: Trash Pseudo Horror
Paese: Italia
Voto: 5

Ce l’ha messa tutta Sergio Bergonzelli per sfornare una mostruosità del genere ed accaparrarsi il titolo di leader maximo del trash tricolore. Apprezziamo lo sforzo ma Blood Delirium resta distante anni luce dai monumentali Il Bosco 1, La croce delle sette pietre e Paganini Horror. Eppure gli ingredienti per far bene sussistono. Analizziamoli partendo da quelli pro-trash. Trama: dopo la morte della moglie Christine, pianista “leggermente” ossessionata dal Delirium di Brahms, il pittore Saint Simon, definito nonsisaperchè l’erede ideale di Van Gogh, entra in uno stato confusionale che soltanto l’arrivo della dolce e masochista Sibille (guarda caso identica alla moglie, guarda caso pianista e guarda caso fissata per il Delirium) potrà spezzare. La giovane fanciulla senza pensarci più di tanto abbandona il pleonastico fidanzato per trasferirsi nella dimora del sofferente pittore che, nel frattempo, tentando di aiutare il depravato servitore Hermann nell’occultamento di un cadavere scopre il colore perfetto, ovviamente quello del sangue. Finale salvifico con visioni mistiche e consigli dallo spazio infinito. Sceneggiatura sostanzialmente delirante non soltanto nel titolo. Cast: nonostante John Philip Law si sforzi nel trasmetterci la follia del pittore maledetto che dipinge sferzando l’aere con tartaree pennellate, risultando detentore di un’incisività fisiognomica pari a quella dell’uomo di Cro-Magnon, c’è però chi riesce, come Gordon Mitchell, a fare di meglio (o peggio?). Sono suoi tutti i momenti trashissimi del film. Al di là degli 820 primi piani buttati qui e lì come messaggi subliminali (data la marmorea espressività potrebbe benissimo essere un refrain dello stesso ciak) regna il sospetto che il cachet di Mitchell sia da valutare in libido, in quanto trascorre il 90% del film palpeggiando tette o divaricando gambe, diciamo molestando delle donne in generale, vive o morte esse siano. Il restante 10% è un digrignar di denti, come ai bei tempi di Aborym. Erotismo(??): se la valuta horror scarseggia vistosamente Bergonzelli sembra aver trovato la sua raison d’etre nel pecoreccio più grossolano. Verrebbe da dire “il nudo abbonda sulla bocca di Mitchell” perché qui in quanto a zizza-time ce n’è per tutti i gusti, dai seni floridi a quelli burrosi passando per il celeberrimo pelo pubico. Elementi pedissequamente manipolati e sballottati dal Charlton Heston dei poveri. Elementi Contro-trash. Sangue: in un trash non può mancare l’effetto splatter, soprattutto se allestito con quattro soldi. Almeno uno di questi deve timbrare il cartellino: una testa di cartapesta con etichetta che esplode senza motivo (Il bosco 1), qualche atto di cannibalismo (Virus, e non fa niente che le scene erano rubate da un altro film) e una pietanza disgustosa a scelta (Troll 2). Nel Delirio di Bergonzelli di emoglobina non vi è alcuna traccia; un graffietto al massimo, a bordo tetta. A confronto Toy Story sembra Non aprite quella porta. I Dialoghi: come ogni scult che si rispetti l’ignominia di un film è da quantificare in proporzione alla bassezza/ridondanza/illogicità dei suoi dialoghi. Per fare un esempio la vetta in questo settore è stata toccata da Paganini Horror. In Delirio di sangue di dialoghi ne sono stati scritti due, poi fotocopiati in ogni pagina del copione: 1) la metafora delle fiammelle che si uniscono (pronunciata sempre con le stesse parole) 2) una disquisizione trascendentale su l’altro te (“sono l’altro te quindi io sono te e tu sei me…”). Allucinante. Ripeto, ce l’ha messa tutta Sergione ma il trash non abita qui. Gordon Mitchell?? Lui sì che è di cattivo gusto. Voto: 5.